Suicidio assistito, una commissione per il caso Mario. Ieri anche prima udienza per Antonio tetraplegico da 8 anni: «Questa non è più vita»

Mercoledì 19 Gennaio 2022 di Martina Marinangeli
Suicidio assistito, una commissione per il caso Mario. Ieri anche prima udienza per Antonio tetraplegico da 8 anni: «Questa non è più vita»

ANCONA  - Una commissione di esperti per dare risposta al quesito sul farmaco che tiene nel limbo Mario, il 43enne dell’Anconetano tetraplegico ed immobilizzato da 10 anni, che da oltre 15 mesi lotta per vedersi riconosciuto il diritto a morire con dignità, accedendo al suicidio medicalmente assistito.

 

Dopo i tira e molla con il Comitato etico regionale – con il presidente Paolo Pelaia che, sulle pagine del Corriere Adriatico, aveva rimesso la palla nel campo del Sistema sanitario regionale, cui spetta il compito di dirimere le questioni decisionali ed operative relative alla richiesta – l’Asur ha provveduto ad istituire la commissione, che sarà composta da membri dell’azienda ospedaliera ed esperti esterni, e dovrà esprimersi a stretto giro di posta.


Ma al caso di Mario si aggiunge ora quello di Antonio (nome di fantasia), anche lui marchigiano e 43enne, malato tetraplegico da 8 anni, che ha chiesto ai giudici di ordinare all’Asur di procedere alla verifica delle condizioni richieste dalla Corte costituzionale per poter accedere al suicidio assistito. Ieri la prima udienza del procedimento d’urgenza. Antonio aveva inviato la richiesta all’azienda a settembre 2020, ricevendo un diniego «privo di qualsiasi motivazione legata alle sue condizioni, che non sono mai state verificate dall’Asur, come poi evidenziato dallo stesso Comitato etico regionale», afferma in una nota l’avvocata Filomena Gallo, co-difensore di Antonio e segretaria dell’associazione Luca Coscioni.


«Per questo ad aprile 2021 l’uomo aveva diffidato prima l’azienda sanitaria, chiedendo che il suo diritto sancito dalla Corte costituzionale fosse rispettato, e poi, ad ottobre 2021, il Governo affinché questo attivasse tutti i suoi poteri per dare attuazione al diritto di accedere al suicidio medicalmente assistito nella legalità. Dopo Mario, ora anche Antonio attende una verifica delle sue condizioni». A raccontare la condizione alla quale è stato costretto da un incidente avvenuto nel 2014 in Sicilia, che gli ha provocato una tetraplegia di immediata comparsa, è lo stesso Antonio: «Non è più la mia vita, prima facevo tutto da me, adesso devo chiedere qualsiasi cosa. Dipendere da qualcuno è la cosa che mi fa più male, non riesco ad accettarla. L’appoggio della mia famiglia è stato di grande importanza nei momenti più difficili della mia vita ed ora posso dire grazie anche a loro se ho la forza e il coraggio di affrontare questa nuova sfida che mi riporterà ad una rinascita».

Le Marche diventano dunque il centro nevralgico di una battaglia che ha il suo fronte principale in Parlamento, dove giace un disegno di legge sul fine vita. «La Corte costituzionale ha detto che la somministrazione non costituisce reato per chi aiuta al suicidio, ma non c’è un obbligo da parte del personale sanitario ad aiutare le persone a suicidarsi, né sono definite le modalità per giungere a quella finalità – ha osservato ieri l’assessore alla Sanità Filippo Saltamartini –. Quindi serve una legge. Non si può chiedere alla Regione o ai dirigenti, con un atto amministrativo, di stabilire queste norme. Anche perché, se poi queste persone subiscono un danno, ci può essere un concorso in reato di omicidio colposo. Le norme devono essere chiare, così che chi è chiamato ad applicarle abbia la certezza di muoversi in uno Stato di diritto».

 

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