Tempesta sui pescherecci, il gasolio è volato a +90% e ora c’è chi ferma i motori

Pescherecci al porto di Ancona
Pescherecci al porto di Ancona
di Maria Teresa Bianciardi
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Domenica 27 Febbraio 2022, 04:05 - Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 10:06

ANCONA - Dopo il Covid, il caro gasolio. La tempesta perfetta per i pescherecci delle Marche che si ritrovano a fare i conti con un effetto guerra devastante a tal punto che c’è anche chi ha deciso di spegnere i motori e non andare in mare. I bilanci saltano, la filiera ittica annaspa e mai come in questo momento uno dei settori trainanti dell’economia marchigiana rischia di perdere i pezzi.

Succede adesso, che il conflitto tra Russia ed Ucraina ha inasprito ancora di più una situazione diventata già allarmante da diverse settimane.

E succede che l’aumento spropositato del costo del gasolio sta portando gli armatori - quelli con grandi pescherecci - a prendere decisioni drastiche a cui mai si era arrivati. «Come Coldiretti la risposta più immediata che possiamo dare è chiedere di sbloccare velocemente le risorse nazionali ed europee per fornire subito liquidità alle imprese», sottolinea la presidente regionale Maria Letizia Gardoni. 
I dati regionali
Nelle Marche, quinta marineria d’Italia, operano 750 pescherecci - oltre 180 “energivori” che danno lavoro a circa 1.500 addetti: un sistema economico che fornisce 21mila tonnellate di pescato all’anno, pari all’11% della produzione nazionale e con un fatturato di oltre 100milioni di euro. Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il prezzo medio del gasolio per la pesca è praticamente raddoppiato (+90%) rispetto allo scorso anno, costringendo i pescherecci italiani e dunque anche quelli marchigiani a navigare in perdita o a tagliare le uscite favorendo le importazioni di pesce straniero. «L’effetto dell’incremento del prezzo medio del gasolio - sottolinea la Coldiretti Impresapesca - si sta abbattendo come una tempesta sull’attività dei pescherecci. Fino ad oltre la metà dei costi che le aziende ittiche devono sostenere è rappresentata, infatti, proprio dal carburante. Con gli attuali ricavi la maggior parte delle imprese non riesce a coprire nemmeno i costi energetici oltre alle altre voci che gli armatori devono sostenere per la normale attività». 
I prezzi lievitati
I numeri sono eloquenti: nel febbraio 2020 il gasolio per alimentare i motori dei pescherecci costava 39 centesimi al litro, adesso il prezzo è arrivato a 77 centesimi al litro e se prima questa voce incideva sul bilancio di un’impresa per il 40% ora è arrivata al 70%: una situazione insostenibile per tutto il settore ma specialmente per la pesca d’altura, ossia per l’attività ittica che si svolge a grandi distanze dalla costa. Ma la crisi energetica va ad aggravare una situazione già resa difficile dalla riduzione dell’attività di pesca scattata dal 1° gennaio di quest’anno per un corposo segmento produttivo della flotta nazionale a causa delle nuove disposizioni dell’Ue e del Consiglio Generale della Pesca nel Mediterraneo (Cgpm). Con le nuove regole le uscite in mare si sono ridotte a poco più di 120 giorni o 130 giorni in base alle dimensioni delle imbarcazioni, pari ad un terzo delle giornate annue. «La situazione è paradossale e drammatica. Diversi pescherecci, soprattutto quelli che operano lontano dalla costa e quindi maggiormente energivori, si sono fermati a causa degli aumenti spropositati del gasolio». A sottolinearlo è Tonino Giardini, responsabile nazionale Coldiretti Impresapesca, con l’attività a Fano. 
L’appello
«Le spese lievitano in maniera esagerata. Se consideriamo che un grande peschereccio consuma dai 4mila ai 6mila litri di gasolio la settimana e dai 16mila ai 24mila litri di gasolio al mese: moltiplichiamoli per questi aumenti e possiamo renderci conto di quanto la situazione sia diventata drammatica per molti armatori. E alcuni hanno già deciso di non uscire più in mare fino a quando il gasolio avrà questi costi». Una situazione insostenibile a tal punto che Impresapesca ha già fatto delle richieste precise al governo per consentire alla categoria di sostenersi in questo momento così delicato. «Serve innanzitutto un un credito di imposta pari al 20% - spiega Giardini - che ci potrebbe permettere di operare anche senza i guadagni che avevamo prima». Ma ci sono anche soluzioni più a lungo termine come la sostituzione dei motori «con una tecnologia più avanzata utilizzando anche i fondi del Pnrr».

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