Il traforo del Cornello buco nero delle Marche è incompiuto da 30 anni

Giovedì 27 Agosto 2020 di Maria Teresa Bianciardi
Il traforo del Cornello buco nero delle Marche è incompiuto da 30 anni

A Poggio Sorifa di Fiuminata c’è una galleria che inizia senza strada e finisce nel nulla. Una gobba gigantesca di cemento e ferro seminascosta dalla vegetazione che cresce incolta intorno a quella che sarebbe dovuta essere una infrastruttura moderna e strategica, ma che invece è finita (anche questa, sì) in malora. Il traforo del Cornello dal 1994 in poi è stato indicato con epiteti degni della sua infausta fine, passando da galleria della vergogna a monumento nazionale allo spreco ed alla inefficienza, con tanto di targa e cerimonia simbolica avvenuta nel 2013. Su tutti però ce n’è uno che rende esattamente l’idea di quello che questo tunnel rappresenta per le Marche: l’ennesima, scandalosa incompiuta. 
 
E dire che, in questo caso, nessuno avrebbe scommesso un euro sul fallimento di un’opera infrastrutturale benedetta e finanziata dallo Stato. La costruzione del traforo - con annessa strada di congiunzione - avrebbe finalmente collegato in maniera agevole le Marche all’Umbria, Fiuminata a Nocera Umbra. Sei chilometri appena, di cui 4 tagliando l’Appennino con una galleria a canna unica: un’opera straordinaria considerata l’epoca in cui è stata ideata, redatta, appaltata e infine abbandonata dopo appena 500 metri di scavo nella parte marchigiana. Quella relativa al versante umbro, invece, non è mai partita. 

A conti fatti, sono stati bruciati 6 miliardi delle vecchie lire, anche se per i progettisti incaricati dalla Comunità montana delle Alte valli del Potenza di redigere, nel 1985, il primo progetto di collegamento, lo spreco di soldi pubblici sarebbe molto più grande: circa 12 milioni di euro. Un danno all’erario di notevole entità che è scaturito anche in una serie di esposti alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica, mentre il viadotto di accesso alla galleria e tutto ciò che lo circonda versa in una condizione di estremo degrado ed abbandono. 

La storia del traforo del Passo del Cornello ha inizio negli anni Settanta, con una serie di atti della Provincia di Macerata che reputa prioritaria la realizzazione della gallerie di collegamento Marche-Umbria. E la Regione, nel 1982, stanzia i primi fondi - 50 milioni di lire - per la progettazione dell’opera. Otto anni dopo, l’Anas approva il progetto definitivo del traforo che prevedeva due lotti, uno per l’Umbria (di 3.100 metri) e l’altro per le Marche (900 metri). Viene indetta la gara d’appalto per il primo stralcio da 14 miliardi di lire e nel 1993 cominciano i lavori. Da qui in poi, comincia il balletto delle infrastrutture all’italiana. Il cantiere si ferma un anno dopo, per riprendere successivamente e ribloccarsi definitivamente nel 1997 all’indomani del terremoto che interessò proprio le due regioni che aspiravano al collegamento strategico. Nel 2004 la Comunità montana ricorre al Tar in un pressing estenuante su Anas, Provincia e Regione: pretende che l’opera venga ultimata e nel 2006 il Tribunale gli dà ragione, imponendo agli Enti di pronunciarsi in merito. La Regione è lapidaria: non ha intenzione di ultimare il traforo, mentre la Provincia - supportata dal Consiglio di Stato - sottolinea che il cantiere non è di sua competenza. In sostanza toccherebbe all’Anas, che ha avviato i lavori, ma che nel frattempo, non gestisce più la Septempedana - strada su cui si affacciava il traforo - declassata da strada Statale a Provinciale e quindi passata di competenza.

Insomma un balletto di rimpalli e alzate di spalle, che hanno determinato l’infausto destino di un’altra infrastruttura marchigiana. L’ennesima incompiuta, capace di far sparire soldi pubblici alla velocità della luce. Un monumento allo spreco, che resta lì, come il traforo della Guinza nel Pesarese, a memoria di una politica che ha trascinato le Marche in uno scandaloso isolamento.

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