Ricci punta alla segreteria nazionale Pd: «Sento la responsabilità di non sottrarmi agli impegni»

Il Pd dopo Letta, Ricci è pronto: «Sento la responsabilità di non sottrarmi agli impegni»
Il Pd dopo Letta, Ricci è pronto: «Sento la responsabilità di non sottrarmi agli impegni»
di Silvia Sinibaldi
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Mercoledì 28 Settembre 2022, 03:40 - Ultimo aggiornamento: 29 Settembre, 09:38

Sindaco di Pesaro per il secondo mandato, coordinatore dei sindaci del Partito democratico e presidente della Legautonomie: tre modi di avere il magone per la sconfitta elettorale, tripla gastrite e terna di preoccupazioni.
Sindaco Matteo Ricci: la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd ormai è un segreto di Pulcinella. Quante possibilità pensa di avere nella corsa per ottenere la leadership?
«Non è il momento di fare nomi e cognomi (anche se, dei suoi contendenti sono noti tanto i primi come i secondi, ovvero Stefano Bonaccini ed Elly Schlein), ma sento la responsabilità, come molti, di non potersi sottarre alle responsabilità e all’impegno della ricostruzione. Come coordinatore nazionale dei sindaci cercherò anche io di dare il mio contributo, rimboccandomi le maniche e mettendo in campo impegno e idee. Poi quando sarà ora si deciderà. Nel frattempo ho in cantiere alcune iniziative per i prossimi giorni». 

 
Quanto potrà pesare nella bilancia delle attitudini e dei meriti necessari a guidare il partito la sua larga anticipazione dell’alleanza con i 5 Stelle di cui oggi tanto si parla ma che lei ha già attuato da tempo?
«Pesaro è stata la prima città in Italia governata dal Pd a fare un’alleanza con i 5 Stelle. È stato un laboratorio politico costruito nell’interesse della città e dopo più di due anni possiamo dire che, con l’assessore Francesca Frenquellucci e il gruppo consiliare, stiamo lavorando benissimo, con risultati ottimi. Non si può paragonare una città media al Paese, ma credo che ci siano alcuni esperimenti locali che dimostrano come le cose possano funzionare anche a livelli superiori». 


Come si concilia il suo appello a favore del ruolo dei sindaci, l’unico centrosinistra che vince, del loro coinvolgimento nelle scelte nazionali con l’idea di approdare al Nazareno?
«In questo momento i sindaci progressisti e riformisti rappresentano la sinistra di prossimità vincente. Il 70% dei comuni italiani è guidato da primi cittadini di centrosinistra che nei territori hanno vinto e convinto. I sindaci sono una preziosa energia ed esperienza locale da mettere a disposizione del Paese. Come detto in questa fase nessuno si può sottrarre, ma dobbiamo rimettere al centro una politica di prossimità, vicina ai cittadini e ai loro problemi, che nel nostro ruolo alla guida delle città, conosciamo quotidianamente meglio di tutti». 


Appena 24 ore per elaborare una dettagliata analisi politica. La sintesi però è semplice: Pesaro ha retto anche se a fatica e con il contributo dei gruppi confluiti in Italia Democratica e Progressista, mentre la provincia ha abbandonato il Pd (fatto salvo il caso di Urbino). Da dove si riparte? 
«Dal basso. Occorre ripensare il rapporto con i cittadini e comprendere il perché non siamo abbastanza percepiti come una forza del riscatto sociale, che si batte contro le disuguaglianze, come una forza moderna che sta negli ingranaggi dell’economia del lavoro. Inoltre credo che il fronte democratico che si è presentato diviso alle Politiche di sabato abbia un po’ demoralizzato gli elettori».


Meglio un restyling del partito per quanto profondo e radicale o un più audace azzeramento dello schieramento magari con tanto di cambio di nome?
«C’è un popolo deluso da riconquistare. C’è bisogno di una forza politica che riparta e provi a ricostruire un percorso, per prima cosa organizzando un’opposizione dura e netta, pensando a un rinnovamento vero del nostro soggetto politico dal punto di vista dei contenuti, del linguaggio e dell’organizzazione. Ci aspetta un grosso lavoro di ricostruzione, per questo abbiamo bisogno di tutte le energie migliori in campo, di tutti coloro che possono dare un contributo a ricreare un progetto di speranza e rigenerazione del Partito democratico, che a 15 anni dalla sua nascita, ha bisogno di una nuova ripartenza. Quanto al nome non lo so, la priorità è riformarlo».


Oggi i ceti più fragili, la borghesia impoverita, le periferie votano a destra: cosa vi è sfuggito in questi anni?
«Sicuramente qualcosa è sfuggito e, come ho detto, occorre cercare di capire cosa non è arrivato ai cittadini. Serve una sinistra di prossimità che guarda in faccia le persone, che sta dove ci sono le persone che lavorano, soffrono e si impegnano. A livello locale ci riusciamo spesso, a livello nazionale quasi mai».

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