Marche, la ripresa è una lumaca
Bankitalia certifica tutti i dubbi

Marche, la ripresa è una lumaca Bankitalia certifica tutti i dubbi
di Maria Cristina Benedetti
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Giovedì 16 Novembre 2017, 13:02

Il confronto non regge. «L’Italia sta cambiando marcia, nelle Marche invece il recupero è ancora lento, quasi impercettibile». Oltre i dati, le tabelle e gli istogrammi dell’aggiornamento congiunturale della Banca d’Italia, l’andamento del 2017 è tutto compreso nelle poche battute del direttore della sede di Ancona Gabriele Magrini Alunno: «La regione non condivide con il Paese la fase di ripresa economica». La sintesi non perdona: -1,2% dell’export a fronte del +8% nazionale, -2,7% di occupati (+1,1%) con tasso di disoccupazione all’11,3%. Un giudizio lapidario, aggravato dall’effetto devastante del terremoto.

Il modello
Al piano terra del palazzo di Piazza Kennedy, con affaccio sul porto, prima ancora di dar corpo alle criticità con la consueta sequenza di numeri, si fissa un punto che pare una zavorra: il modello di sviluppo delle Marche. «Vincente per tutti gli anni Novanta, già nel 2000 aveva iniziato a mostrare i primi segni di debolezza». Al fianco del direttore siede Giacinto Micucci del centro studi di Bankitalia. «Ancor prima della crisi, nel 2008 - concordano i due - s’era iniziata una riflessione sull’urgenza di cambiare». La morale: in questa terra organizzata ancora in distretti, costellata di piccole e medie imprese, manifatturiera da molto e che ha difficoltà a mollare le produzioni tradizionali, la crisi è strutturale, più che congiunturale. «Condizionata - insistono loro - dalle difficoltà del suo schema di specializzazione». E così, se gli imprenditori sterzano sull’ottimismo e il profilo economico-finanziario delle loro aziende si rafforza, l’asticella dell’occupazione resta inchiodata nel quadrante negativo. Cala ancora, anche se fa ben sperare solo l’aumento di ore lavorate . E trascina il dato della disoccupazione al di sotto di quello italiano. Parametri, questi, che se fatti dialogare tra loro - la produzione che riprende e che tuttavia non genera più lavoro - dimostrano che i tempi impongono un profondo cambio di rotta.

I segni meno
Non riprende l’edilizia, che invece nel resto d’Italia ha rialzato la testa con decisione. Fortuna che la meccanica nei primi mesi del 2017 sostiene l’attività industriale, frenata dalla moda, soprattutto dalle calzature. E la curva incerta dell’export come voce d’insieme non aiuta l’economia marchigiana: -1,2% in sei mesi. E anche se significa in realtà un +2,6%, in quanto il dato va depurato del -3,8% dei prodotti farmaceutici e del -1,6% degli elettrodomestici, perché il calcolo su questi settori è reso difficile dai trasferimenti infragruppo e dalle dinamiche di grandi aziende assorbite da multinazionali, è comunque lontano dell’exploit italiano (+8%).
I dati del Rapporto di Bankitalia ribadiscono che il procedere è lento, per niente uniforme, e non prevede alcuna stima del Pil. «Nel caso fosse stato calcolato, sarebbe stato un valore positivo, ma piccolo: di certo inferiore al dato nazionale». Ancora sotto.
Da qui in poi è la rivincita dei segni più. Dalla spesa per investimenti degli imprenditori, salita nel 2017, alla prospettiva di maggiori ordinativi, dalle imprese che si rafforzano dal punto di vista finanziario con la crescita dei depositi fino alla qualità dei crediti bancari che migliora: le sofferenze, finalmente, fanno segnare un -4,7%. Spiragli che, tuttavia, non hanno la forza di modificare scenari. Tant’è che tra le imprese - come spesso accade - l’aumento di fatturato premia solo le medio-grandi. Anche i prestiti bancari non decollano: +2,2% alle famiglie; -1,1% alle aziende. E anche se le imprese prevedono maggiori ordini nei prossimi sei mesi e si rafforzano finanziariamente - più con depositi che con investimenti - restano comunque ancora alla finestra per vedere cosa accadrà: la prospettiva di investire rimane stazionaria e il 16,3% prevede di diminuirla nel 2018.

Il terremoto
«Le Marche stanno un passo indietro all’Italia» torna a dire Magrini Alunno. Che torna a farsi largo tra la polvere e le macerie del terremoto che trascinano ancora più giù. Il direttore tenta la risalita: «Un contributo alla ripresa dell’economia potrà venire dall’avvio dei cantieri per la ricostruzione». Ma invita subito a compensare: «Questo traino, che in Abruzzo è arrivato dopo due anni per poi calare, non basterà tuttavia a risollevare definitivamente le sorti della regione che deve invece iniziare a pensare in ottica post-ricostruttiva». Micucci aggiunge ancora un tassello: «Il tasso di crescita delle attività innovative qui è ancora basso. È necessario - insiste - individuare nuovi driver di sviluppo». Per cambiare modello e marcia, insieme al resto d’Italia.

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