Rapporto Fondazione Merloni e Politecnica: «Le Marche in crisi ma le start-up ci potranno salvare»

La facoltà di Economia e Commercio a Villarey ad Ancona
La facoltà di Economia e Commercio a Villarey ad Ancona
di Maria Cristina Benedetti
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Mercoledì 21 Ottobre 2020, 08:55

ANCONA - Impossibile sfuggire alle conseguenze dell’emergenza sanitaria. Come onde dello stesso mare, siamo tutti costretti a frenare di fronte all’incedere d’una pandemia planetaria. Le Marche, come il resto del mondo. Dal dato non si sfugge: le limitazioni imposte alle attività economiche e alla mobilità, tra marzo e maggio di quest’anno, hanno avuto un impatto, modello tsunami, sull’avvio di nuove imprese. La riduzione è stata del 70% ad aprile, rispetto ai livelli del 2019, e del 23% in tutto il primo semestre. A documentare il sentire comune è il quinto Rapporto sull’imprenditorialità nelle Marche, realizzato in collaborazione tra la Fondazione Aristide Merloni e il Centro per l’Innovazione e l’Imprenditorialità della Politecnica. 

 
La crisi 
Alle discese ardite segue come sempre la risalita. Ed ecco che a giugno l’incalzare delle aziende è tornato ai livelli degli anni precedenti, ma le iscrizioni perse non si recuperano. Riavvolgendo il nastro e declinandolo al passato prossimo, nell’ultimo biennio (2018-2019) il numero delle nuove imprese era a quota 8.000 unità, con un calo di oltre il 20% rispetto all’inizio del decennio. E prima della crisi del 2008-2009 era a livello di 12mila l’anno. Il prof Donato Iacobucci, l’autore del rapporto, tira somme che non tornano. «L’emergenza Covid s’è innestata su un declino ormai decennale», è il principio da cui parte. 
Il lato B di una medaglia graffiata dai tempi avversi ha un effetto consolatorio. Della serie: sebbene nell’ultimo decennio le Marche abbiano mostrato una tendenza alla riduzione nell’avvio di nuove imprese, più marcata che nel resto d’Italia, continuano a mantenere una maggiore vivacità rispetto alla media nazionale nei settori ad alto contenuto di conoscenza. Manifatturiero, high-tech e servizi avanzati. La tracciabilità di questa resilienza narra che la maggiore vitalità è nell’area del Fermano-Maceratese, in corrispondenza del distretto calzaturiero, costellato di micro e piccole realtà. «Diversa - fa notare Iacobucci - appare la distribuzione geografica delle imprese high-tech (manifatturiere e di servizi), maggiormente presenti nei principali comuni e nelle aree costiere». Lo stesso dinamismo si osserva nei centri del cratere: «Forse - il prof accompagna la deduzione - associato alle attività di servizi professionali e tecnici, la cui domanda è rapidamente cresciuta in relazione alla ricostruzione post-terremoto». 


Le cifre
Il rapporto Fondazione Merloni-Politecnica a questo punto aggiunge un tassello. Va all’origine della vivacità, che da sempre caratterizza questa terra di mezzo: l’elevato numero di start-up innovative e spin-off universitari. Sono ancora i numeri a legare stretti gli elementi di questa storia: nelle Marche a fine 2019 risultavano iscritte e presenti nel registro come start-up innovative 315 imprese, il 3,2% del totale nazionale. Se si considerano invece le iscrizioni complessive, cioè al lordo di quelle che nel corso della loro vita sono uscite dal registro, sempre nello stesso arco temporale il numero è salito a 579, il 3,5% del totale. Un dato geografico: alta è la concentrazione lungo la fascia costiera e nelle principali aree urbane. Un altro ancora: le province più vivaci sono Ascoli e Ancona, seguite da Macerata, Pesaro e Fermo. 


Il sostegno 
Il professore ha pochi dubbi sul teorema da enunciare. «A questa tipologia di imprese, seppure numericamente contenuta, va prestata particolare attenzione, perché è quella in grado di fornire il maggior contributo in termini di crescita del reddito e della capacità innovativa dell’intero sistema economico». Il corollario è scontato: rafforzare gli strumenti di sostegno. «Le start-up innovative e le imprese high-tech hanno necessità di un ecosistema imprenditoriale in grado di sostenerne lo sviluppo. Ma nella nostra regione - fa notare - sono evidenti gli elementi di ritardo rispetto al nord Italia e un relativo arretramento negli ultimi anni». Va con il paradosso: «A tanta vivacità corrisponde una mancata tempestività del sistema». Subito elenca gli elementi di debolezza: «La carenza di operatori che favoriscono le partnership produttive, commerciali e finanziarie: incubatori e acceleratori. Le possibilità di accesso agli strumenti di finanza innovativa». Le infrastrutture soprattutto. La ferita più profonda.

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