Malati diventati killer: «Poche risorse e protocolli mai rispettati»

Malati diventati killer: «Poche risorse e protocolli mai rispettati»
Malati diventati killer: «Poche risorse e protocolli mai rispettati»
di Martina Marinangeli
5 Minuti di Lettura
Giovedì 4 Agosto 2022, 02:45

ANCONA - Una scia di sangue che, in otto anni, ha inanellato otto omicidi commessi da altrettante persone con disturbi mentali acclarati. L’ultimo in ordine di tempo è l’efferato assassinio a Civitanova di Alika Ogochukwu per mano di Filippo Ferlazzo, 32enne difficile che era stato sottoposto in passato ad un Tso ma poi è scivolato tra le maglie larghe del sistema.

Un’evidente falla nella gestione di questi casi: come può succedere che un soggetto psichiatrico possa essere lasciato libero di uccidere, nonostante la sua condizione sia nota alle strutture sanitarie pubbliche? Una domanda che il Corriere Adriatico, in un’inchiesta a puntate, sta ponendo agli esperti del settore. 
La presa in carico
Intanto, bisogna capire come funziona la presa in carico dei pazienti psichiatrici ed a spiegarlo è il dottor Paolo Pedrolli, direttore dell’Unità operativa complessa di Salute mentale a Senigallia, ricostruendo la geografia dei servizi. «I dipartimenti di salute mentale si dividono in tre tipologie - dettaglia -. In primis, il Spdc, ovvero il servizio ospedaliero, sia per i trattamenti volontari che per quelli obbligatori». Poi c’è il Centro di salute mentale, sede delle attività ambulatoriali dove vengono erogate le prestazioni specialistiche. Ed infine, ci sono le sedi residenziali (dove il paziente resta vari mesi per il trattamento) o semi residenziali, con centri diurni. Quanto alle prestazioni ai pazienti, si va dalla «consulenza da parte dello psichiatra all’assunzione in cura (quando lo psichiatra segue regolarmente il paziente)» fino alla presa in carico, che riguarda solo pazienti particolarmente complessi che non richiedono solo le prestazioni dello psichiatra ma anche dell’assistente sociale, lo psicologo, un infermiere a domicilio. Ma in questo sistema, c’è un nodo mai sciolto. «Dopo la legge Basaglia - prosegue Pedrolli - non esiste più la condizione di “pericolosità per sé e per gli altri”. Prima di allora, se un paziente psichiatrico commetteva un reato, veniva immediatamente messo nell’ospedale psichiatrico giudiziario. Ora, invece, va dimostrato che il reato commesso sia conseguenza della sua condizione psicopatologica e questo va fatto in sede giudiziaria con una perizia. Ma più si tutelano i pazienti, più si rischia di non tutelare la sicurezza sociale». Ed aggiunge: «Nel seguire questi pazienti, scontiamo una grossa carenza di risorse, sia di personale che economiche. Abbiamo una copertura sul territorio molto inferiore rispetto a quella di 10 anni fa, ma nello stesso lasso di tempo sono aumentate le categorie a rischio. Come gli adolescenti, sempre più problematici e caratterizzati da comportamenti violenti». 
Gli esperti
Un’analisi condivisa dal professor Renato Ariatti, esperto psichiatra forense che ha seguito diversi casi nelle Marche, tra cui quello di Michel Santarelli a Jesi e di Luca Giustini a Collemarino (Ancona). «La legge del ‘78 ha tolto la pericolosità per sé e per gli altri ai compiti della psichiatria. E mentre gli psichiatri si sono mossi secondo il mandato della cura e non più del controllo sociale della pericolosità, sono stati chiusi gli ospedali psichiatrici giudiziari. La psichiatria ha ritenuto di poter gestire la pericolosità attraverso forme alternative al vecchio ospedale psichiatrico giudiziario. Ma si crea così un conflitto: da un lato, il ruolo terapeutico della psichiatria, e dall’altro le aspettative sociali e della magistratura, che pretendono che gli psichiatri prevengano gli eventi criminosi commessi dai loro pazienti. Ma la malattia mentale ha delle aree imprevedibili - osserva - per cui non è possibile sapere a priori se e quando un paziente commetterà un reato». 
Le responsabilità
E chiosa: «Bisogna smetterla di contrabbandare la fiaba buonista secondo cui la malattia mentale non si accompagna a particolari profili di responsabilità. I malati di mente sono pericolosi, è un dato di fatto». Secondo l’avvocato penalista Marina Magistrelli che, tra gli altri, ha seguito il caso di Jesi in cui Santelli ha ucciso la sua vicina di casa, ricorda come «alcuni mesi fa fu firmato tra magistratura, Regione ed Asur un protocollo per mettere in moto un meccanismo nel momento in cui si verificassero casi come questi. Nel caso di Jesi, la madre ha detto che Michel era in cura da un privato, però anche l’Asur lo conosceva e non era intervenuta. Alcuni di questi soggetti vanno individuati e seguiti. Da quando sono stati giustamente chiusi i manicomi, le misure sostitutive non sono state programmate adeguatamente. O la Procura si relaziona anche con gli enti che dovrebbero seguire queste persone, oppure chiunque passeggia per la strada può trovarsi di fronte a situazioni di criticità. Il pericolo che la società corre in questi casi - conclude - è reale».

© RIPRODUZIONE RISERVATA