Servono medici di famiglia, nel 2026 meno 200. Nelle Marche ne mancano all’appello già 98. Il prossimo anno pensione per altri 137

Giovedì 9 Settembre 2021 di Maria Teresa Bianciardi
Servono medici di famiglia, nel 2026 meno 200. Nelle Marche ne mancano all’appello già 98. Il prossimo anno pensione per altri 137

ANCONA Il dato nazionale è drammatico: attualmente 1,4 milioni di italiani non hanno un proprio medico di famiglia. Ma anche nelle Marche non si scherza: all’appello mancano 98 dottori - anelli fondamentali della catena del nostro sistema sanitario - e se pensiamo che ogni sanitario ha in cura 1.500 assistiti, ecco che il conto è fatto. Sono oltre 140mila i marchigiani privi di un punto di riferimento assistenziale.

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Le carenze
Nei prossimi anni la situazione è destinata a peggiorare con l’arrivo di nuovi pensionamenti: nel 2022 saranno 137, che si sommeranno a tutti quelli già avvenuti dal 2018. Il risultato finale, di sottrazione in sottrazione è pari a 921 medici di famiglia andati in quiescenza. Insomma una professione in via d’estinzione, a tal punto che la Regione proprio di recente ha deciso di aumentare a 1800 il massimale dei pazienti in carico in alcuni territori più sguarniti: una soluzione tampone per cercare di riempire i vuoti creati da una situazione che non sembra riuscire a trovare una via di uscita. 


Le necessità
E la pandemia ha messo in evidenza l’urgenza di riorganizzare il Servizio sanitario nazionale, proprio a partire dalle cure territoriali, per soddisfare i bisogni di salute dei cittadini. Massimo Magi, segretario regionale della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) ci mette il carico, sommando le varie sottrazioni: «Nel 2026 ci troveremo con 200 medici di famiglia in meno nelle Marche, una condizione insostenibile a cui bisogna mettere mano nell’immediato». Perché se fino a qualche anno fa quella del dottore di paese o di quartiere era considerata una professione a cui aspirare, adesso le cose sono cambiate e di molto: «È un lavoro che sta diventando sempre più pesante e sono pochi i giovani che decidono di seguire questa strada- racconta Magi -. Lo vediamo dai tirocinanti: all’inizio sono affascinati, poi toccano con mano l’impegno quotidiano sempre senza orario, e ci ripensano. Io per esempio: oggi ho passato quasi dieci ore in studio e devo ancora visitare i miei pazienti della Rsa. Non è semplice».


Il nodo di programmazione
Insomma, ai carichi di lavoro insostenibili si aggiunge anche un errore nella programmazione e nell’attenzione al territorio. «Da tempo sollecitiamo precisi interventi per riuscire a sopperire ad una problematica che sta sfuggendo al controllo - sottolinea Magi - ma anche in questo caso non siamo stati ascoltati». Tra le proposte c’è quella di riorganizzare la continuità assistenziale, cioè il rapporto unico tra il medico di medicina generale e l’ex guardia medica. «Abbiamo chiesto di attivare il modello h16, cioè dalle 8 alle 24 con una sola rete assistenziale, in maniera tale da rispondere alle esigenze dei pazienti nelle ore dove solitamente giungono le richieste di intervento e lasciando le ore residue al servizio di emergenza urgenza. Invece ora il sistema è in crisi, perchè affrontiamo una massa di pazienti a mani nude, così come quando è esplosa la pandemia da Covid-19». 


La scelta
È anche una questione di guadagno per le nuove generazioni che studiano medicina. «Con la specializzazione in medicina generale si prende la metà rispetto ad altre specializzazioni, quindi sono tanti quelli che dirottano la propria scelta senza pensarci troppo». E di sottrazione in sottrazione la strada dei medici di famiglia sembra ormai segnata. In attesa di una svolta che al momento perà non si intravede.

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Ultimo aggiornamento: 14:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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