Gostoli: «La mia segreteria Pd si chiude qui ma non metterò la polvere sotto il tappeto»

Venerdì 9 Ottobre 2020 di Martina Marinangeli
Gostoli: «La mia segreteria Pd si chiude qui ma non metterò la polvere sotto il tappeto»

Giovanni Gostoli, segretario regionale del Pd, dopo la debacle in Regione e nei comuni di Macerata e Senigallia, molti nel partito stanno chiedendo un azzeramento dei vertici: quale sarà il suo destino?
«È stata una sconfitta dolorosa: c’è bisogno di fare una profonda riflessione e di aprire la fase congressuale. Venti mesi fa come segreteria abbiamo ereditato una situazione già compromessa e in poco tempo abbiamo fatto il possibile, ma non è stato sufficiente. Ai tanti che mi hanno chiesto di continuare l’impegno, ho già detto che non è mia intenzione farlo e pertanto rimetto il mandato alla direzione regionale».

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Cosa si prospetta ora per il Pd? 
«Il Pd ha due strade: fare un’analisi seria dove ognuno si assume un pezzo di responsabilità e andare a un congresso di rigenerazione, oppure continuare la caccia alle streghe. C’è chi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto attribuendo la colpa solo ad altri. Il commissariamento servirebbe non a discutere, ma a spostare le scelte altrove. Invece occorre confrontarsi negli organismi e nei territori. In tanti hanno ricoperto o tutt’ora ricoprono ruoli istituzionali e nel partito. Anche se alcuni si credono assolti, direbbe De Andrè, sono tutti coinvolti».


Le divergenze interne ai dem vengono da lontano: riuscirete a ricucire gli strappi?
«Il tema non è scontrarsi sui destini personali, ma ricostruire un progetto politico. Ciò aiuterebbe anche il congresso ad essere di prospettiva. Sui tempi e i modi, a scegliere sarà l’assemblea regionale con un confronto con il Pd nazionale. In questi mesi le decisioni le abbiamo prese sempre insieme andando perfino oltre le contrapposizioni congressuali».

A suo avviso, quali sono le ragioni di una sconfitta tanto pesante?
«All’origine della voglia di cambiamento c’è un desiderio di protezione dei marchigiani. Le radici affondano nella crisi economica del 2008 che ha cambiato profondamente le Marche provocando fratture e diseguaglianze economiche, sociali e territoriali. Una situazione che è peggiorata con la crisi dei distretti produttivi, quella di Banca Marche e poi il sisma più drammatico di sempre. Infine, la pandemia. Il “distacco sentimentale” è emerso anche nel voto. La sconfitta parte da lontano e nessuno può chiamarsi fuori».


Come mai non siete riusciti ad invertire la rotta, se il declino era così evidente?
«Negli ultimi cinque anni non siamo stati capaci di fare squadra e di ascoltare. Solo negli ultimi tempi abbiamo provato a confrontarci. Il Pd con Ceriscioli aveva vinto con una proposta di cambiamento perché le critiche c’erano già prima. Però non siamo stati all’altezza delle aspettative».


Come giudica il suo mandato da segretario? 
«Ho ereditato un partito diviso, alle spalle due scissioni, una coalizione inesistente, un giudizio negativo sull’azione del governo, poca condivisione con le organizzazioni sindacali e di categoria. In poco tempo abbiamo provato a cercare l’unità del Pd, a ricostruire un’alleanza, tentato di allargare il campo al M5S. Contro ogni previsione il Pd è il primo partito con il risultato migliore dopo la Toscana nelle regioni al voto, ma non è certo una soddisfazione avendo perso. Sono comunque orgoglioso di un Pd che non si è arreso e grato di un’esperienza che è stata anche piena di umanità».

 

 

 

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