Imprenditore ed ex sindaco, addio ad Antonio Merloni: una vita per la fabbrica

Antonio Merloni
Antonio Merloni
di Maria Cristina Benedetti
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Lunedì 14 Dicembre 2020, 02:25 - Ultimo aggiornamento: 08:31

FABRIANO - Colpi del destino. Antonio Merloni, che è stato il più grande contoterzista di elettrodomestici d’Europa, è morto a poco più di dieci giorni dal fallimento della Indelfab, l’ex Jp Industries. Che aveva acquisito i comparti del “bianco” del suo impero formato famiglia. Il cuore dell’industriale, colpito un mese fa da ictus, s’è fermato tra sabato e domenica, nella notte che precede il giorno della festa grande. Ha smesso di battere mentre la sua Fabriano si preparava a celebrare Santa Lucia, la patrona dei metalmeccanici, evento che con lui ai tempi d’oro era divenuto un caso nazionale. Erano cene da 10mila persone fra dipendenti, familiari e amici.

Uomo del territorio. Terzogenito di Aristide, il padre fondatore, illuminista e mai padrone, fu sindaco democristiano, dal 1980 al 1995, della sua città, allora epicentro dell’innovazione nella periferia più opaca d’Italia. Quei tre figli maschi hanno fatto dell’intuizione del padre un modello. Suo fratello Vittorio, morto nel 2016, leader anche lui degli elettrodomestici, fu presidente nazionale di Confindustria; Francesco, il più grande, che ha raggiunto l’eccellenza con caldaie e condizionatori, fu a lungo parlamentare e ministro dei Lavori pubblici. La sorella Ester, scomparsa nel 2015, aveva preferito invece schivare i riflettori, sfilandosi da subito dagli affari.


Colpi del destino. Il giovane Antonio fu chiamato ben presto a far di conto con la vita: era il 1958, quando sposò Luciana, che perse la vita durante il viaggio di nozze. Andavano in Spagna, ma un incidente stradale spezzò quel sogno. L’antidoto al dolore - ricorda il fratello Francesco - fu il lavoro, la fabbrica. Il mantra del capostipite Aristide. Tornò di nuovo all’altare, Antonio, per sposare Cecilia, che è rimasta al suo fianco fino all’ultimo dei suoi giorni, l’anno scorso. Divenne papà con l’arrivo di Giovanna, ingegnere che, dopo aver gestito, oltre 10 anni fa, la fase finale dell’azienda di famiglia, ha convertito la sua sfida imprenditoriale in un birrificio artigianale. È nonno di due nipotini. Insieme lo saluteranno per l’ultima volta domani alle 10,45 nella chiesa della Misericordia a Fabriano. Poi lo accompagneranno alla tomba di famiglia, nel cimitero di Albacina. L’origine di tutto.


L’evoluzione delle Marche e la saga dei Merloni, due piani che s’incontrano fino a confondersi. In principio erano bascule, bombole per il gas, caldaie, ma soprattutto il credo di Aristide: lo sviluppo senza fratture. Dopo la morte del padre, Antonio scelse l’indipendenza dai suoi fratelli e per lui ben presto furono lavatrici. Niente brand, né manager, né costi di comunicazione. No, lui non seguì le orme di Vittorio, che puntò sul marchio Indesit. Preferì una strategia che abbattesse i costi. Allora non si rincorreva il lavoro altrove e la territorialità era cemento armato. Inizialmente, con Ardo, nel 1968, Antonio produceva bombole per Gpl, diventando leader mondiale del settore nel 1976. Poi fondò la Antonio Merloni spa, che nel corso degli anni Novanta e 2000 divenne il più grande contoterzista d’Europa. Erano soprattutto lavatrici. Nel 1995 acquisì la Tecnogas di Reggio Emilia, nel 2000 la svedese Asko. Antonio produceva il basso e medio di gamma, le grandi firme degli elettrodomestici ci mettevano il marchio. Suoi clienti erano Whirlpool, Bosch, Electrolux.

Per vent’anni, la trovata di Antonio, guidato da una passione sfrenata per fabbrica e tecnologia - amava mescolarsi agli operai lungo le linee produttive - fu una manna per migliaia di lavoratori. Il gruppo arrivò a 5.000 dipendenti sparsi in 10 impianti produttivi: sette fra Marche, Umbria ed Emilia Romagna; tre all’estero, in Finlandia, Svezia e Ucraina. Diciannove filiali in Europa e due tra Stati Uniti e Australia. Il fatturato nel 2007 schizzò a 847 milioni di euro. Un anno prima del baratro: nel 2008 scattò l’amministrazione straordinaria, secondo i dettami della legge Marzano. Una misura, che destabilizza gli animi e un territorio: è la crisi economica, che genera emergenza sociale. Nata nel 2003 per Parmalat, che ha contribuito a salvare, la norma è stata modificata nel 2008 per Alitalia. La stessa sorte toccò al gruppo fabrianese. Antonio non si accorse che sul mercato globale i turchi della Vestel avanzavano a passo deciso: producevano gli stessi prodotti a minor prezzo e con altissima qualità. La mancanza di un management fece il resto. L’uomo che scelse di abitare sopra la fabbrica non riuscì a cambiare il verso della storia. La fine.

Colpi del destino. Il contoterzista più grande d’Europa aveva debiti per 543,3 milioni. Inevitabile, nel 2010 iniziò la vendita “spezzatino”: i fratelli Ghergo, marchigiani, acquisirono il ramo bombole e serbatoi, lo stabilimento in Ucraina finì a Electrolux; la Asko alla slovena Gorenje; la Tecnogas agli iraniani della Mmd. Lo stesso anno venne sottoscritto l’Accordo di Programma per le aree colpite dalla crisi della Antonio Merloni: 35 milioni tra Marche e Umbria. Nel 2011 il comparto del bianco venne acquistato per 10 milioni da un imprenditore di Cerreto d’Esi, Giovanni Porcarelli. La sua Jp Industries assunse 700 operai. Ma era pure l’inizio di un estenuante contenzioso con le banche creditrici, che ritenevano il prezzo della cessione troppo basso. La Cassazione dette ragione a Porcarelli. La Jp, diventata Indelfab, è stata dichiarata fallita il primo dicembre. Su un filo teso allo stremo, l’ultimo incontro al ministero, per tentare di salvare 566 posti di lavoro tra Marche e Umbria, è di pochi giorni fa. E se ne va un altro pezzo della dinastia.

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