Iacobucci: «Sono tornati i vecchi schieramenti. Ma divisi si perde»

Iacobucci: «Sono tornati i vecchi schieramenti. Ma divisi si perde»
Iacobucci: «Sono tornati i vecchi schieramenti. Ma divisi si perde»
di Marina Cristina Benedetti
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Martedì 28 Giugno 2022, 17:41

Si sposta il baricentro politico, per Donato Iacobucci. «La vittoria del centrosinistra ai ballottaggi è generale». Il docente di Economia Applicata alla Politecnica converte il dato secco in visione d’insieme: «È frutto delle divisioni del centrodestra, del forte ridimensionamento dei 5 Stelle e della buona affermazione del Pd». 

Prof, le Marche, quindi, sono nella scia dell’andamento nazionale? 
«Sì, ci sarà tuttavia da capire, in prospettiva delle politiche, se ha contato più la qualità dell’offerta di chi ha vinto o lo scarso appeal, per divisioni e candidati, della controparte».

Concentriamo l’attenzione sull’asse Fabriano-Jesi, dove la riscossa dei dem è incontrovertibile. 
«In una regione dove il partito è commissariato è un assetto importante, sarà un elemento di traino per le amministrative di Ancona della primavera prossima. La Dorica vorrà confermarsi il terzo polo di questo nuovo ordine».

La lezione da memorizzare?
«Nel caso di Jesi è facile: se non hai il nome buono non passi. Massimo Bacci, due mandati e dieci anni di leadership, non aveva l’erede. Nei comuni i programmi e i volti prevalgono sui partiti. Più sono piccoli più la formula è assoluta». 

Nella città di Federico II è stata una partita persa anche per Fdi, che s’è sfilato dal gruppo.
«Una mossa pensata per farla pagare al sindaco uscente che su Amazon ha criticato aspramente la Regione. Una spaccatura che ha penalizzato tutta la coalizione».

La dimostrazione plastica che il centrodestra diviso perde. 
«Lo stesso vale anche sul fronte opposto, per due motivi».

Il primo?
«In entrambi gli schieramenti non ci sono più sigle e simboli con numeri tali da potersi imporre da soli. Quindi o si procede compatti o niente».

Il secondo punto? 
«La polverizzazione dei 5 Stelle riconduce, un aspetto che reputo positivo, a ragionare in termini di contrapposizione fra due principali formazioni. Nel 2018 i pentastellati stravinsero scombinando gli equilibri con l’anti-politica e l’anti-sistema. Ora quei fuoriusciti, molto trasversali, si riposizionano. Ma senza l’unità, i conti non tornano». 

Gli effetti collaterali? 
« In teoria, questo riduce l’offerta politica e potrebbe indurre a una maggiore quota di astensione. Per contro, dovrebbe aumentare la qualità da parte di coalizioni che si propongono di governare e non solo di ottenere visibilità e potere di veto».

Enfatizziamo. A Tolentino s’è generato l’effetto-Francia-di-Macron? La destra uscente ha deluso e la risposta è stata una civica pura, non certo i dem. Le bandiere non sventolano più. Ovunque. 
«Non esageriamo. A livello locale, ribadisco, la presenza dei partiti è meno rilevante rispetto allo scenario nazionale. Conta più la buona amministrazione piuttosto che le grandi scelte».

Una lettura, la sua, che non dovrebbe contemplare l’astensionismo che, invece, domenica è aumentato di dieci punti percentuali.
«Al ballottaggio che il dato lieviti è fisiologico: c’è meno scelta. La contraddizione semmai è quel 50% e più che decide di non esprimersi in un contesto-local, dove la conoscenza è diretta e non filtrata». 

I cosiddetti cittadini inutili descritti dal sociologo Carlo Carboni? 
«Esatto, perché non andare alle urne non equivale a un voto di protesta. Questo è il grosso problema delle democrazie che vedono affievolire la partecipazione. La diretta conseguenza della crisi dei partiti che, a detta di molti, sono ridotti a comitati elettorali».

Danno voce più a loro stessi che al popolo.
«Non è più come negli anni Cinquanta e Sessanta, quando avevano la forza di aggregare attorno a temi sociale o economici. È cambiato il tessuto connettivo, il supporto: è diminuita la rappresentanza sindacale e quella delle associazioni. C’è un dato significativo...».

Prego.
«In Cgil il 60% degli iscritti sono pensionati. Il che vuol dire che le istanze del lavoro sono meno contemplate. Ribadisco: è cambiato il tessuto connettivo».

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