Le Marche precipitano al Sud? Gli imprenditori si dividono su aiuti e sgravi: «Sì, no, soltanto ad aziende serie»

Mercoledì 7 Aprile 2021 di Maria Cristina Benedetti e Massimiliano Viti
Le Marche precipitano al Sud? Gli imprenditori si dividono su aiuti e sgravi: «Sì, no, soltanto ad aziende serie»

MARCHE - La sveglia è arrivata. Dopo tante statistiche ecco il quadro generale che unisce i punti e racchiude la nuova fotografia delle Marche: un secondo Mezzogiorno, insieme all’Umbria. Con queste parole gli studiosi della Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno hanno sintetizzato gli indicatori degli ultimi dodici anni che documentano un calo demografico che va oltre il saldo negativo tra mortalità e natalità, un crollo del Pil (25% in Umbria e 18% nelle Marche) negli ultimi 13 anni e una situazione occupazionale preoccupante. L’assessore regionale al Bilancio Castelli : «Serve una rappresentanza politica sul tema, ci diano i soldi e le agevolazioni che ha il Sud». Ma gli imprenditori delle Marche si sentono industriali del Sud? Lo abbiamo chiesto a Claudio Schiavoni, Paolo Andreani, Nando Ottavi e Nicola Coropulis.

 

LE DOMANDE

1 Lei si sente industriale del secondo Mezzogiorno d’Italia?

2 Teme si possa scivolare ancora più giù?

3 Si potrebbe per qualche anno chiedere lo stesso pacchetto di sgravi e agevolazioni che ha il Sud?

4 Sarebbe un vantaggio essere assimilati alla clausola che dà precedenza al Meridione per la decontribuzione al 30%? In pratica, se in Italia il costo unitario del lavoro è 25 euro all’ora, la riduzione degli oneri previdenziali che gravano sul salario lordo di un dipendente lo porta a 15 euro

5 Non teme l’effetto Cassa del Mezzogiorno? Quando l’Ascolano perse quello scudo protettivo entrò in una crisi profondissima 

6 Agevolando si sgonfia la capacità competitiva di un sistema?

CLAUDIO SCHIAVONI 
Amministratore delegato Imesa Ancona-Jesi 

«Io non voglio le agevolazioni, così si droga solo l’economia»

1 «No, non mi sento un industriale del secondo Mezzogiorno d’Italia. Piuttosto direi che rischiamo di passare dall’essere vagone del treno dell’economia del nord a locomotiva del sud. Poi andrebbe fatta una differenza. L’analisi macroscopica dei numeri indica questo scivolare giù, ma se si entra nel particolare la prospettiva cambia. Per esempio, osservando le prime cento aziende ordinate dall’Osservatorio Imprenditorialità della Fondazione Aristide Merloni si nota che godono di ottima salute. Hanno continuato a lavorare sul prodotto, sul marchio».

2 «Ribadisco, il rischio non è uguale per tutti. È anche vero che, dalle locuste alla grandine, non ci siamo fatti mancare nulla. Crisi finanziarie, terremoto, pandemia. Di tutto, di più. Di certo l’emergenza sanitaria passerà e allora si ripartirà. Tra mille difficoltà, lo ammetto, e per le piccole imprese sarà molto difficile. Per qualcuna sarà addirittura impossibile». 

3 «Sono sempre stato contrario ai pacchetti sgravi&agevolazioni. Noi dobbiamo cambiare narrazione. Da questa emergenza sanitaria dovremmo uscire avendo imparato tanto. La flessibilità sul lavoro, lo smart working. Una svolta fuori dal tunnel, ce li dovremo ricordare come vantaggio. Soprattutto, o si ricorre a interventi strutturati oppure si fa economia falsa e drogata». 

4 «Poi tra cinque anni cosa succederà, quando il costo del lavoro, portato a 15 euro all’ora con la riduzione degli oneri previdenziali che gravano sul salario lordo di un dipendente, tornerà a 25 euro? Non saremo più competitivi? Ribadisco: niente azioni-spot. E non devono valere per alcune regioni ed escluderne altre. Altrimenti si crea solo del malcontento».

5 «Sono un testimone oculare. Io produco quadri elettrici. Tra gli anni Ottanta e Novanta gli ordini arrivavano tutti dal Sud. Ora più nulla. Lì c’è il deserto». 

6 «Sicuramente non favorisce. Iniziamo a offrire parità di condizione del lavoro, in tutta Italia. Agevoliamo le imprese ad andare all’estero, a investire su prodotti e marchi. Sa cosa fa la Germania, quando le aziende cercano di ritagliarsi quote di mercato in un altro Paese? Prima va il governo, poi le banche quindi arrivano loro. Noi, quando andiamo, non sappiamo neppure dov’è l’ambasciata. Il mondo corre: o sei organizzato come Stato o non ce la fai. Magari vivacchi».

PAOLO ANDREANI 
Presidente Isa Infissi  Fano

«Il Pesarese si sente del Nord. Soluzioni? Quante ne volete»

1 «Assolutamente no. Noi, nel Pesarese, siamo una punta d’eccellenza. Le nostre aziende non vivono questo disagio. Ci sentiamo fuori da una simile emergenza».

2 «No. Abbiamo una capacità produttiva tale che, se solo la politica facesse la sua parte, e ci sostenesse, potremmo, superata la pandemia, agganciare la ripartenza senza indugi. Le imprese qui sono legate alle logiche del nord, non sono scivolate giù, verso il sud. Non conosco cosa accade altrove». 

3 «Di soluzioni, se si vogliono trovare, e innanzitutto prendere, ce ne sono tante. L’unica cosa che mi sento di dire è che sono stati assicurati sostegni a chi ha fatturati dai 10mila euro ai 10 milioni. Vorrei sapere, che fine hanno fatto le medie e le piccole imprese? Sono state dimenticate?».

4 «Della riduzione del cuneo fiscale si parla da tanto, da almeno dieci anni, ma senza arrivare da nessuna parte. Se ne discute e basta. Se venisse introdotta, a livello nazionale, potrebbe produrre un enorme vantaggio: quello che non viene versato nelle casse dello Stato potrebbe servire a pagare di più e meglio i nostri lavoratori. Essere compresi nella clausola che dà precedenza al Meridione per la decontribuzione al 30%? Potrebbe essere un beneficio, ma solo nel breve periodo, per le aziende minori. Meno per quelle che hanno una produzione automatizzata, 4.0 per intenderci». 

5 «Certo, e soprattutto verrebbe a crearsi una inutile competizione interna, tra imprese e tra territori». 

6 «Preferisco cambiare del tutto l’angolazione. Io sono per la linea adottata da Papa Francesco. Il pontefice ha deciso di tagliare lo stipendio ai cardinali, riducendogli gli emolumenti di carica del 10 per cento. Gli altri ritocchi riguardano tutti i responsabili apicali religiosi, che si vedono decurtare l’8 per cento. È evidente: Bergoglio ha voluto dare un segnale, incontrovertibile, di austerità. Torno a insistere: è ciò che dovrebbe fare anche lo Stato con il taglio del cuneo fiscale. Ma, lo ripeto, deve valere per tutta l’ Italia, per evitare una inutile concorrenza».

NANDO OTTAVI 
Presidente Simonelli Group Belforte del Chienti 

«Sì, ridurre il costo del lavoro Frena anche il calo demografico»

1 «Non direi. Le Marche industriali hanno ormai una lunga tradizione che nei decenni passati ha più volte elevato la regione a ruoli di primo piano, non solo con le più note imprese d’eccellenza, ma nell’insieme delle realtà produttive. Si pensi al settore manifatturiero per il quale la nostra terra non ha nulla da inviare a molte altre regioni del nord». 

2 «Le Marche soffrono di una debolezza strutturale tale, che ogni qualvolta si verificano crisi per motivi contingenti ne risentono più e prima di altri. Tuttavia abbiamo le potenzialità necessarie per farcela e occorre un lavoro di squadra, pubblico-privato, per valorizzarle e renderle produttive. La ricostruzione post terremoto, che tarda a iniziare, sarebbe potuta essere l’occasione per rilanciare gli investimenti. Ormai sono trascorsi quattro anni e mezzo e quel ritardo oggi è aggravato dalla pandemia. Resta tuttavia la speranza che possa essere ancora un traino per tutta l’economia. Ma bisogna fare presto».

3 «Meritiamo un’attenzione particolare. Provvidenze specifiche per recuperare il gap che ha generato il sisma sarebbero necessarie e, ritengo, anche dovute. Mi riferisco in particolare a interventi di tipo strutturale: sgravi fiscali e riduzione del cuneo fiscale». 

4 «La diminuzione del costo del lavoro è una richiesta che il mondo produttivo avanza da molto tempo, già prima del terremoto. Servirebbe a rilanciare la produzione e a recuperare posti di lavoro che crisi di settore hanno fatto perdere in passato. Sarebbe anche un modo per contribuire a frenare il calo demografico dovuto ai tanti giovani che sono costretti a cercare lavoro altrove».

5 «Gli incentivi debbono essere il traino per rimettersi in carreggiata e debbono dare certezze alle aziende, che hanno bisogno di tempi lunghi per ammortizzare gli investimenti e programmare le fasi d’espansione. Quelli localizzati e limitati nel tempo, tuttavia, non possono sostituire le agevolazioni strutturali di cui l’impresa ha bisogno per vincere la concorrenza». 

6 «Ribadisco: sono fondamentali le agevolazioni strutturali, le sole che possono dare certezze a lungo termine. A queste deve far seguito anche il miglioramento delle infrastrutture, la cui carenza oggi nelle Marche costituisce il gap maggiore rispetto alle regioni del nord».

NICOLA COROPULIS
Amministratore delegato Poltrona Frau Tolentino

«Ben vengano quegli aiuti ma ad aziende ben gestite»

1«Non ha importanza la definizione. Credo che l’involuzione delle Marche sia iniziata con la crisi del 2008-2009, ma poi la regione è stata colpita dalla chiusura dei rubinetti da parte dello Stato. Mi riferisco ai Governi che si sono succeduti a partire dal 2011. Le attività poste in essere da Roma non hanno favorito il mantenimento del livello di welfare. La crisi è poi arrivata alle aziende e il terremoto è stato un ulteriore elemento di penalizzazione». 

2 «Nelle Marche si è pensato che il modello capace di produrre tanta ricchezza per decenni potesse essere valido anche con un contesto di riferimento totalmente diverso. Il sistema è venuto meno sotto i colpi delle crisi e non si è riusciti a ripensarlo. Per risalire occorre puntare alla trasformazione digitale delle imprese. La digitalizzazione è la via maestra per rendere globale anche una piccola azienda. E poi la sostenibilità, che però deve diventare una reale opportunità. Non è vero che “il piccolo e fatto bene” è penalizzato se si rende la sostenibilità un vantaggio competitivo. Questa terra può ancora dare tanto». 

3 «Favorevole al sostegno statale, ma sono contrario all’assistenzialismo. Il sostegno deve essere considerato come un fattore che agevola e accelera i corretti processi di gestione delle aziende. Favorevole anche alla decontribuzione delle aziende che assumono e investono nel territorio perché stimolano il tessuto economico locale». 

4 «Lo considero più un fattore di accelerazione che deve far parte di una visione strategica in grado di accrescere la competitività aziendale. Se, viceversa, la competitività è fondata sulla decontribuzione, quando finirà ci sarà un inevitabile tracollo». 

5 «Il rischio c’è. Senza una corretta gestione dei sostegni statali, quando questi terminano, i danni rischiano di essere più grandi dei benefici ricevuti. Il sostegno si traduce anche in una maggiore considerazione del territorio da parte dello Stato. Le Marche sono state poco considerate a livello nazionale anche per la scarsa capacità di promuoversi». 

6«La decontribuzione sarebbe un ulteriore vantaggio anche per Poltrona Frau. Ben vengano gli aiuti, ma ognuno deve fare i compiti a casa per avere aziende gestite correttamente e capaci di generare profitti».

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 16:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA