La corsa per la Regione: Ricci contro Acquaroli, è l’unica sfida possibile

Il boom alle Europee consacra il sindaco di Pesaro come l’uomo forte del Pd Il governatore ha ancora il vento in poppa, ma a Nord subirebbe il confronto

La corsa per la Regione: Ricci contro Acquaroli, è l’unica sfida possibile
La corsa per la Regione: Ricci contro Acquaroli, è l’unica sfida possibile
di Martina Marinangeli
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Martedì 11 Giugno 2024, 02:10 - Ultimo aggiornamento: 12:06

ANCONA Il peso specifico l’ha dimostrato con la forza dei numeri. Cifre che lo connotano indiscutibilmente come l’uomo forte del Pd. L’unico che potrebbe guidare «la riscossa» - per citare il suo slogan - del centrosinistra nelle Marche. Matteo Ricci, sindaco uscente di Pesaro e, da ieri, europarlamentare in quota dem, ha stracciato tutti i suoi competitor. Con le sue 51.916 preferenze a livello regionale, non ha solo stravinto le primarie interne al partito con la sua nemesi Alessia Morani (che si è fermata a 16.420 voti), ha battuto ovunque anche Carlo Ciccioli (25.869 preferenze), l’altro marchigiano eletto a Strasburgo sotto il vessillo di Fratelli d’Italia, schieramento che qui ha centrato il 32,9%, andando oltre il già ottimo risultato nazionale. L’ha surclassato persino nella sua Ancona, dimostrando di essere forte anche fuori dalla comfort zone pesarese.

Ad armi pari

Un bottino di preferenze che - vista da sinistra - non può andare sprecato neppure dai marziani del Pd.

Soprattutto se si guarda all’orizzonte temporale del 2025, quando i marchigiani saranno chiamati ad eleggere il governatore. La testuggine compatta del centrodestra farà quadrato attorno ad Acquaroli, forte anche dell’exploit di FdI nelle Marche. L’unico ostacolo per il presidente potrebbe venire da uno sgambetto interno da un alleato (a parole) nel Pesarese. Provincia in cui, come ormai plasticamente evidente, Ricci catalizza invece tutte le preferenze del campo progressista, largo, di centrosinistra o comunque si sia deciso di chiamarlo nel frattempo. Da amministratore lungimirante, è stato il primo a portare già nel 2020 il M5S in una giunta a traino dem (quella di Pesaro) con l’assessora Frenquellucci. Tra tutti gli esponenti del Pd è dunque quello con più chance di stringere un’alleanza con i pentastellati anche sul piano regionale. Azione lo appoggerebbe, su consiglio della ex sindaca di Ancona Mancinelli, molto legata al leader nazionale Calenda e tra le più ferventi supporter di Ricci. Ed è anche difficile immaginare che Italia Viva volterebbe le spalle ad un ex renziano (allora) di ferro. E tutti questi partiti insieme - più l’Alleanza Verdi e Sinistra, con cui i dem corrono praticamente ovunque e coprirebbero la fascia sinistra - possono battersela con il centrodestra. Sulla carta, insomma, è lui lo sfidante designato di Acquaroli. Ma come ha dimostrato la tortuosa storia del partito tafazziano per eccellenza, non sempre il Pd prende le decisioni per vincere. Più spesso, sceglie per far perdere il nemico interno di turno.

L’ostacolo in casa

E Ricci è tanto amato fuori quanto inviso a casa sua. Non è particolarmente nelle grazie della leader nazionale Schlein, né tanto meno in quelle della segretaria marchigiana Bomprezzi, che avrebbe appoggiato molto più volentieri la Morani. Dal congresso regionale è relegato alla minoranza del partito. Ma numeri alla mano, diventa difficile anche per i suoi più strenui detrattori non considerarlo il candidato ideale per lo scranno più alto di Palazzo Raffaello. D’altra parte, è stato lo stesso Ricci a giocare tutta la campagna elettorale per le Europee puntando dritto su Acquaroli. «Il governatore mi soffre», ha ripetuto più volte. Ha spostato la sfida su un piano spazio-temporale diverso: non Bruxelles ma le Marche; non giugno 2024 ma Regionali 2025. Lui il guanto di sfida l’ha lanciato. È stata la maggioranza del Pd regionale a frenarlo. Ma dopo il risultato che ha portato a casa, si può davvero dire che sia lui la minoranza? Magari nei caminetti, ma le urne si sono espresse molto diversamente. Il Pd ha un anno per fare pace con se stesso, ricucire le cicatrici e aprire il fronte contro il vero avversario. Che sarebbe il centrodestra, nel caso qualcuno l’avesse dimenticato. Nota a margine: ma il ceppo preparato per la testa del capogruppo regionale Maurizio Mangialardi, fedelissimo di Ricci, è ancora pronto all’uso?

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