Quelle cinque mega opere con i tanti buchi aperti da sembrare addirittura delle favole

Domenica 24 Gennaio 2021 di Andrea Taffi
Quelle cinque mega opere con i tanti buchi aperti da sembrare addirittura delle favole

ANCONA - Tecnicamente, nell’ultimo mese le Marche hanno vissuto - ci si passi l’espressione forte - un mese di ubriacatura infrastrutturale tra Recovery plan, decreto Semplificazioni e piano industriale di Autostrade per l’Italia. Cinque grandi opere chiave per gli spostamenti su gomma e ferro, da e per la nostra regione, sono entrate con tutti i crismi nei documenti ufficiali del governo.

 

 

Attraverso il percorso accelerato di Next Generation Eu che l’Europa ci deve vidimare (potenziamento della ferrovia Orte-Falconara e ultimo miglio per il porto di Ancona) oppure tramite il decreto Semplificazioni che nomina commissari e conferisce poteri straordinari per opere ritenute strategiche (di nuovo Orte-Falconara, poi la E78 Fano-Grosseto e la Salaria per Roma) oppure, e infine, la terza corsia della A14 nel sud delle Marche che il Mit ha tardivamente raccomandato ad Autostrade per l’Italia di realizzare non avendolo inserito nel piano ufficiale. Ma sarà vera gloria?


Un’analisi ponderata parte da un dato di fatto: mai tante opere erano state riconosciute alle Marche e questo è certamente un bene. Poi si sa che le capacità realizzative delle società preposte alle grandi opere viaggiano a differenti velocità. E in questo è dirimente avere, o meno, i progetti pronti per andare avanti con i bandi. Il Recovery plan, per esempio, nasceva proprio su questa base: carte pronte oggi per finire entro il 2026. Questo porta in corsia preferenziale la ferrovia potenziata e raddoppiata della Orte-Falconara: è nel progetto per l’Europa e avrà un commissario speciale. Anche qui un dato di fatto: Vincenzo Macello, il direttore nazionale investimenti Rfi dovrà seguire altre quattro opere. Quale sarà la reale efficacia con cui potrà seguire il progetto? E lo stato dei progetti? Di certo sappiamo che nel 2021 Rfi avrà progetti definitivi solo per la Spoleto-Terni e la tratta Pm228 (posto di movimento tra Fabriano e Albacina)-Albacina. 


Ci sono finanziamenti per gli studi di fattibilità per i segmenti Fabriano-Foligno (il più difficile, un’impresa da quasi 2 miliardi) e per il segmento Pm228-Castelplanio. Insomma, cinque anni serviranno tutti, considerato che questa opera aspetta dal 1981.
Nell’ultimo miglio per il porto di Ancona il tratto Barcaglione-allaccio SS76 è a bando da fine dicembre, il raddoppio con interramento della litoranea dalla stazione di Ancona a Torrette ha la valutazione di impatto ambientale in corso mentre c’è nebbia per lo studio di fattibilità della bretella tra Torrette e Barcaglione. Essendo un’opera che entra nel Recovery Plan si dovrebbe andare più spediti. Speriamo.


Uscendo da Next Generation le Marche hanno la Fano-Grosseto che, con tutta la strategicità certificata urbi et orbi dagli ultimi quattro presidenti Anas, ha ancora cinque lotti su 10 da progettare. E sei da finanziare. Senza aver toccato la seconda canna della Guinza, parliamo di materia per anni di lavoro. 


Non sappiamo se sarà un vantaggio avere come commissario Massimo Simonini, presidente Anas che dovrà tenere un occhio anche sulla riqualificazione della Statale 106 Ionica. Allo stesso punto sta la realizzazione del raddoppio della Salaria tra Ascoli e il confine con il Lazio. C’è una convenzione risalente agli anni Novanta e poi il vuoto pneumatico. Tutto da (ri)fare a iniziare dallo studio di fattibilità. Poi dal confine Marche-Lazio bisognerà arrivare al raccordo anulare. Un vantaggio, per questa opera è che il commissario, Fulvio Soccodato, non avrà altre incombenze straordinarie.


Siamo così arrivati alla terza corsia Sud della A14. Bene che il ministero abbia chiesto ad Autostrade di realizzarla anche se il ravvedimento tardivo desta più di un sospetto. Anche in questo caso siamo difronte a un impegno per il quale i progetti sono fermi a 12 anni fa. Lo studio preliminare è lontanissimo. Morale: andranno adeguati tutti i piani tecnici. Sperando che non cambino le normative ingegneristiche (come accadde per la Guinza dopo la strage del Monte Bianco), sperando che le opere non spariscano dai piani industriali perché nel frattempo sono subentrate altre esigenze. 
I mille dubbi
Sperando, infine, che l’expertise di chi se ne è occupato non vada persa perché nel frattempo molti di quei tecnici che hanno studiato i territori andranno in pensione. E poi c’è la frase dell’Ad di Aspi Tomasi: «Avere l’opera nel piano non significa che sarà realizzata». Cerchiamo di farla corta: abbiamo il pungolo dell’Europa per due opere. Per il resto oltre ai tanti studi di fattibilità da realizzare (e finanziamenti da trovare) c’è il sospetto concreto che si tratti di promesse al vento.

 

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