«Io, preso a testate e minacciato dal branco. Quattro anni di inferno»

Parla il figlio di Patrizia Guerra, la mamma coraggio che ha fondato i City Angels

«Io, preso a testate e minacciato dal branco. Quattro anni di inferno»
«Io, preso a testate e minacciato dal branco. Quattro anni di inferno»
di Teodora Stefanelli
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Giovedì 30 Giugno 2022, 10:30 - Ultimo aggiornamento: 2 Luglio, 15:19

ANCONA - Il figlio di Patrizia Guerra, la mamma coraggio che ha portato ad Ancona i City Angels, oggi ha 18 anni e racconta la sua esperienza con le bande dei bulli in città. La prima volta che è stato aggredito aveva 14 anni. Le sensazioni e le emozioni di chi vive la violenza del branco tra isolamento e voglia di rivincita e di giustizia.

Partiamo dalla domanda più semplice: come stai?

«Sono a metà di un percorso diciamo. Non posso dire di stare né bene né male. Sono in un viaggio e sto cercando di percorrerlo al meglio».

Un viaggio difficile per te e per i tuoi genitori immagino.

«Guarda, mi hanno spaccato il setto nasale, riempito di botte, preso a calci e pugni, insultato sui social, minacciato e mi hanno fatto vivere anni d’inferno. Mi hanno trattato come fossi il loro sfogatorio, ma la cosa che in assoluto mi ha fatto più male è stato vedere mia madre che soffriva. Ho avuto paura di perderla. Paura che la nostra famiglia fosse in pericolo».

Quand’è che hai avuto il sentore che tutto stesse per crollare in casa tua?

«Quando ci hanno seguito nel sottopassaggio del centro commerciale oppure quando, mentre stavano facendo i lavori per il cappotto termico nel palazzo di casa nostra, alcuni di questi ragazzi si sono arrampicati per entrarci dentro casa. Sono arrivati a questo punto. Per fortuna mamma si è accorta in tempo e ha chiamato la polizia. Ecco, quando succedono queste cose, ti senti come sprofondare, senti che è tutta colpa tua ma dall’altra parte vuoi reagire, devi lottare e farti forza per chi, come me, sta vivendo o ha vissuto queste esperienze orrende».

Facciamo un passo indietro: oggi hai 18 anni ma la prima volta che ti hanno aggredito ne avevi 14. Come è andata quella sera?

«Era la Notte Bianca, ricordo che c’era il concerto dei Subsonica al Porto Antico. Era una serata estiva spensierata fatta di risate e coni gelato. Di quelle che un ragazzo come me dovrebbe ricordare con nostalgia e con il sorriso in bocca. Invece si è trasformata in un incubo che ha segnato tutta la mia vita. Stavo insieme ad un paio di miei amici in corso Garibaldi. Questi quattro ragazzi mi sono venuti incontro e mi hanno detto cose tipo “che c… guardi, se continui ti gonfio”, poi hanno provato a prendermi a testate. Quella volta era intervenuta mamma che si era messa in mezzo per difendermi. Siamo tornati a casa terrorizzati e io non volevo denunciare. Ero troppo spaventato. Pensavo alle conseguenze, che si sarebbero vendicati. Poi, con tanta pazienza da parte dei miei genitori, abbiamo deciso di andare in questura per sporgere denuncia».

Pensavi che così la storia si sarebbe conclusa?

«Non so esattamente cosa stessi provando in quel momento. Quando ti capitano queste cose l’unica sensazione è l’incertezza. Non sai se hai fatto bene ad affidarti alle istituzioni, non sai nulla. Vuoi solo che smettano di tormentarti. Ricordo di aver provato tanta paura, quello sì. Speravo che fosse un incubo da cui mi sarei svegliato presto e invece era solo il primo di una serie di episodi terribili».

Sì perché il 24 settembre di due anni fa sono tornati i mostri giusto?

«Esatto. Avevo raggiunto alcuni miei amici per mangiare un boccone dopo scuola. Poi, dopo pranzo, mi sono allontanato un attimo per andare ai bagni pubblici di piazza Roma. Sono uscito da lì e all’improvviso mi si è parato davanti questo ragazzo. Faceva il grosso, lo ha detto anche lui dopo in tribunale, e se l’è presa con me. Il primo che gli capitava a tiro. Mi ha spinto e buttato per terra. Ricordo solo un dolore allo stomaco lancinante. Mi ha colpito e rubato venti euro spicci che avevo nello zaino. Giusto per sfregio. Non trovo altre spiegazioni oggi a quel gesto».

E tu a quel punto cosa hai fatto?

«Mi sono precipitato in un negozio vicino per chiedere aiuto. Ero più preparato rispetto alla prima volta. Mi ha colto meno di sorpresa la cosa. Sono finito comunque al pronto soccorso ma la prima domanda che mi è venuta in mente è stata “perché ancora una volta a me”? Non mi davo pace. E ancora denunce, polizia e tutta la paura che tornava a galla. Non è giusto vivere queste cose. Nessuno dovrebbe passarci».

Ma non era finita giusto? Perché all’inizio del dicembre 2021 si è verificato il terzo episodio.

«Si purtroppo. Erano passate le 13 da poco ed ero con alcuni amici alla fermata dell’autobus di piazza Ugo Bassi. Di nuovo dei ragazzi mi puntano e ancora quella frase che risuona in testa: “Che guardi?”. Poi lì in poco tempo si è fatto tutto scuro. Ricordo di essere finito su una barella in pronto soccorso a Torrette. Mi hanno dato 30 giorni di prognosi. Sono uscito con il naso spaccato dall’ospedale. Pensare che quella volta mia madre stava facendo il corso per diventare City Angels a Milano. Poverina era dovuta tornare giù di corsa per venire a prendermi in ospedale. Poi, una volta dimesso, abbiamo fatto denuncia ai carabinieri».

A proposito di indagini, li hanno presi tutti i responsabili delle 3 aggressioni?

«Sono stati tutti individuati, ma non è che la paura scompaia. Per quella ci vogliono anni».

Cos’hai provato ogni volta che si facevano degli arresti?

«Sollievo da un lato, paura di ritorsioni dall’altro. Facevano delle storie minacciose su Instagram contro di me e contro mia madre che nel frattempo era entrata negli Angels e raccontava pubblicamente queste storie. Non si è mai tranquilli in questi casi. È sempre un’altalena ma non ho mai smesso un minuto di lottare e di cercare la verità».

Perché credi che queste persone si comportino così?

«Perché sono come dentro una ragnatela. Imprigionati in questa sorta di gabbia dove devono dimostrare di essere i più forti i più “fighi”. Fanno parte di grupponi anche da cento, centocinquanta persone e, invece che usare il cervello, usano la forza prendendosela con gli altri, quelli buoni e che scelgono di non reagire».

Come e quanto è cambiata la tua vita dalla prima aggressione?

«Beh, la mia vita è stata stravolta. Non solo la mia anche quella della mia famiglia. Ho ripreso l’autobus solo qualche mese fa. Non mi sentivo più nella mia zona di confort. Inoltre ho dovuto intraprendere un percorso di psicoterapia che è difficile e dispendioso. La mamma ha dovuto lasciare il suo lavoro per starmi vicino. Ora ha ripreso, ma ci sono stati periodi molto duri per noi».

Sembra un controsenso, ma c’è qualcosa di positivo che ti lascia tutta questa storia?

«Diciamo che custodisco gelosamente la lettera del Santo Padre. Mi da tanta forza nei momenti bui. Ha risposto a mia madre ma visto che è una vicenda che tocca me in primis non può che riempirmi il cuore. All’inizio di tutta questa vicenda mi ribellavo ai miei genitori, mi ero chiuso non volevo saperne nulla. Ora ho capito che non serve ma che, anzi, parlarne fa bene all’anima e allo spirito. Per i miei aggressori non provo rancore. Voglio solo giustizia quella sì».

Che effetto ti fa sapere che uno di loro da dentro la comunità continua a fare storie minacciose nei vostri confronti?

«Non è bello. So che il tribunale si sta attivando perché questo ragazzo aveva detto di essersi pentito ma le sue azioni dicono altro. Minaccia mia madre e me andando contro il suo percorso di recupero. Non è prendendo in giro se stesso e gli altri che si cambia».

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