L’albero del pane: anche i marroni soffrono il caldo. Nelle Marche campagna di raccolta posticipata di dieci giorni

Giovedì 7 Ottobre 2021 di Veronique Angeletti
L albero del pane: anche i marroni soffrono il caldo. Nelle Marche campagna di raccolta posticipata di dieci giorni

ANCONA - Campagna posticipata di almeno dieci giorni e raccolto ridimensionato per i marroni marchigiani. Colpa del clima. Maggio e giugno sono stati asciutti e freddi ed agosto torrido con quell’aria calda che, da secoli, la “Civiltà del Castagno” chiama “il vento della fame”. Condizioni che hanno influenzato la fioritura del faggio, delle querce e, quindi, la quantità delle ghiande nelle foreste spingendo i prolifici cinghiali a cibarsi nei castagneti, i giardini della montagna.

 
«Il problema è serio - entra nel merito Francesco Fortuni -. Auspico che il Parco Nazionale dei Sibillini studi un provvedimento adeguato». Proprietario dell’azienda agricola Lorenzo, custodisce oltre cento piante secolari a Cese di Montemonaco. Spiega che il suo castagneto «va coltivato come un frutteto ma con più energie. Non tanto per la pulizia o per i costi di una lavorazione in zone remote ed impervie, ma perché ci vogliono professionisti della potatura e pure arrampicatori. Il castagno è alto tra i 20 e i 30 metri, il che implica costi di gestione maggiori». Fortuni opera nell’ascolano-fermano, il feudo del marrone marchigiano. Un’area vocata dove le imprese agricole stanno investendo nella sua coltivazione. Lo testimonia la partecipazione al recente bando della Regione Marche “per il miglioramento e la ricostituzione, se abbandonati, dei castagneti”. Bando riservato all’area sisma a cui sono stati destinati 1,3 milioni di euro. «Nelle 51 domande pervenute - fa notare Giulio Ciccalé, funzionario della Programmazione del piano forestale regionale - solo 4 sono di Macerata». A breve, la graduatoria. Il che mette in risalto la duplice azione della Regione che, da una parte, ha stanziato 50mila euro per l’Unione Montana del Tronto e Valfluvione al fine di completare il censimento dei castagneti da frutto delle Marche (con i primi 20mila euro si censirono i castagneti di Arquata del Tronto, Acquasanta terme e Ascoli Piceno) mentre la Giunta sta per approvare 50mila euro a favore dell’Assam per la conservazione del germoplasma.


Una felice iniziativa considerando che l’Emilia-Romagna ha istituito a marzo scorso il “tavolo castanicolo” per una svolta green e lo sviluppo del suo Appennino. Tavolo che abbraccia anche il Marrone del Montefeltro inserito dal 2000 sempre dalla Regione Marche nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. Un marrone caratteristico dell’Alta Valmarecchia, del Montefeltro, del Catria, del Nerone e dell’Alto e Medio Metauro. «Il castagno marchigiano - svela Antonio Santini, vivaista a Frontino - è un albero che produce frutti pregiati, di alto valore, molto più saporiti delle varietà francesi o cino-giapponesi». 


Conferma che, questi ultimi mesi, c’è una netta ripresa «nonostante l’albero solo dopo 12 anni sia produttivo» e nelle zone adatte «essendo una coltura esigente». Ma fa notare che c’è molto interesse da parte degli agriturismi attratti dal target dell’escursionista-raccoglitore di castagne. Un settore in ogni caso che ha prospettive. Un ettaro coltivato ospita 100 alberi che, in media, producono 80 kg a pianta, al prezzo al consumo di 5 euro al kg, un ettaro di marrone pregiato delle Marche sul mercato vale 40mila euro. Alla luce dei dati Istat del 2006, rielaborati da Coldiretti, stima i castagneti a mille ettari nelle Marche: il castagno ritornerebbe ad essere l’albero del pane per gli Appennini marchigiani.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Potrebbe interessarti anche
caricamento