«Racconto mio padre Vittorio Merloni:
era un genio d’Italia che sognava»

Il libro di Maria Paola Merloni
«Racconto mio padre Vittorio
genio d’Italia che sognava»
di Maria Cristina Benedetti
ANCONA - Le ultime righe del prologo sono da stretta al cuore. «Ecco, papà non sa bene chi sono. Ma io so perfettamente chi era». Lei è Maria Paola Merloni, lui è Vittorio, la mente - spenta poi dall’Alzheimer - dell’industria italiana che da Fabriano sfidò il mondo. Come un film che si srotola dalle ultime sequenze, l’ex senatrice - la prima di quattro figli - riordina a cominciare dalla fine, in 300 pagine edite da Marsilio, in uscita domani, una storia che ha valicato i confini fino a farsi una multinazionale. Prepotenza dell’innovazione, da una angusta valle marchigiana. 

“Oggi è già domani” è più di un bel titolo.
«È la frase che amava ripetere spesso mio papà, rivela la sua enorme capacità visionaria. Una dote da leader». 

Tant’è che la sua intuizione e la sua azione imprenditoriale presto divennero la trama privilegiata di un modello economico. 
«Era il 2005 quando il settimanale inglese Economist dedicò all’Italia un lungo reportage. Salvò solo Fabriano, l’unico esempio vincente di sviluppo internazionale». 

Erano lavatrici e frigoriferi in ogni angolo del pianeta. 
«Non solo. Vittorio, in anticipo su tutti e soprattutto sui tempi, comprese che o s’inventava qualcosa a colpi d’innovazione oppure...».

Non conobbe mai l’esito di quell’oppure. Nella vita di suo padre lo scattare in avanti aveva la consuetudine d’una costante. Fino al crudele inciampo nella malattia.
«Aveva ancora molto da costruire: continuare a crescere e soprattutto incidere il perimetro della Indesit del futuro, magari in autonomia». 

Invece niente.
«Passò gli ultimi dieci anni nell’esilio esistenziale dell’Alzheimer. La sua testa, la sua grande testa, si smorzò. Così».

E lei con questo scritto intende riaccenderla? 
«Volevo rincontrarlo. Vorrei prendere in prestito, come ho già fatto nel libro, una bella immagine dello scrittore austriaco Arno Geiger: “Dato che mio padre non può più percorrere il ponte che porta al mio mondo, devo essere io a percorrerlo per andare da lui”. Ecco l’essenza di questo libro». 

La scintilla? Il momento esatto che precedette la creatività? 
«Avevamo già venduto alla Whirlpool, era il 2015, mio padre era ancora vivo. Gli americani ci chiesero di liberare l’ufficio di presidenza».

Lo strappo. 
«Una scelta dolorosa, quella di cedere l’impresa, ma non più rimandabile per la nostra famiglia e per il territorio. Fu allora che da quella stanza uscì di tutto: appunti, documenti, progetti, piani. La sua storia, di uomo e di imprenditore. Mio padre». 

Il sentimento che la pervase quando riemersero quelle tracce, che erano un bene intimo e al contempo universale? 
«La malinconia. Tanta». 

Come la convertì? 
«In quell’esatto momento compresi che dovevo tenere in vita il suo essere. E l’ho fatto come meglio ho potuto: narrando ciò che sapevo, ricostruendo, intervistando chi l’aveva affiancato lungo il percorso. Raccolsi le voci di Prodi, Abete, Montezemolo, Caio, De Rita, Turani».

Grandi testimoni del tempo. 
«Come lui».

Poi? 
«Papà morì e il dolore per quella perdita mi bloccò: riposi tutto in un cassetto, non scrissi più una riga». 

La nuova scintilla?
«L’elaborazione del lutto. Una strada molto lunga e tortuosa al termine della quale ripresi in mano quelle carte». 

Quanto conta la lezione di potere di suo padre?
«Non mi piace questo termine. Anzi, lo detesto. Il suo insegnamento, piuttosto, fu un altro: il legame profondo con il territorio. Che tuttavia non gli impedì di andare verso il mondo». 

C’è chi ne dà una lettura diversa: il voler tenere stretta Fabriano nell’isolamento. 
«Le voci contro. Io la racconto così: l’azienda si è sviluppata grazie alla sua città. E viceversa: la comunità è cresciuta attraverso l’impresa che dava occupazione. Come in un abbraccio».

E il potere per lei?
«Mai percepito. Ora vivo a Milano ma tutte le settimane torno a casa, dalla mia gente. Quella di sempre». 

La politica che, dagli osservatori privilegiati di Montecitorio prima e Palazzo Madama poi, ha frequentato per 13 anni, che sentimento le suggerisce? 
«Quando la praticavo, la speranza. Di poter fare qualcosa. Io credo di aver tenuto alta l’attenzione sulle Marche». 

Oggi? 
«Mi conceda di sospendere il giudizio». 

Pd-5Stelle insieme, che dire? 
«Che io sono uscita dal Partito democratico già da tempo». 

Quanto manca a questa Italia caotica Vittorio Merloni?
«Tanto, quanto a me come figlia. I suoi punti cardine sono sempre attuali: scuola, fabbrica, Stato. La ripartenza di una società che guarda al futuro con orgoglio. E senza paura». 
 

Mercoledì 11 Settembre 2019, 13:06 - Ultimo aggiornamento: 11-09-2019 13:06

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