Dossier di Fondazione Merloni, Politecnica e Altovalore: in ventuno anni 600 operazioni. «Acquisizioni e fusioni, è la sfida delle aziende per restare sul mercato»

Il professor Iacobucci: «Un modello basato sulle piccole imprese non mantiene il passo»

Venerdì 21 Gennaio 2022 di Francesco Romi
Dossier di Fondazione Merloni, Politecnica e Altovalore: in ventuno anni 600 operazioni. «Acquisizioni e fusioni, è la sfida delle aziende per restare sul mercato»

ANCONA -. Poco più di 600 operazioni di finanza straordinaria in 21 anni, dal 2000 al 2021, l’1,4% del totale delle operazioni concluse da almeno un’impresa italiana. Ventun’anni caratterizzati da acquisizioni e fusioni, offerte pubbliche iniziali, accordi di private equity e di venture capital.

 

 

 

Ventun’anni che confermano ancora una certa diffidenza degli imprenditori marchigiani nei confronti dell’etichetta M&A (dall’inglese Mergers & Acquisitions), che poi sta ad indicare la voglia dell’imprenditore di aprirsi al mercato per trovare nuove risorse da indirizzare verso politiche di crescita esterna fondate sull’innovazione. È un po’ quanto sottolineava il 26 novembre scorso, al momento dell’esordio in Borsa di Ariston Group, il presidente esecutivo Paolo Merloni: «Credo che la quotazione ci possa dare quelle risorse, quella visibilità e quel profilo che l’azienda merita per i prossimi decenni».


Bene ma non benissimo
Quel giorno parlava al mercato e all’interno del suo gruppo, ma era anche un messaggio all’imprenditoria marchigiana, perché mostrasse una tendenza sempre maggiore a utilizzare forme di collaborazione e di aggregazione. La risposta del sistema imprenditoriale regionale si concretizzerà da oggi in avanti, ma il report offerto da Fondazione “Aristide Merloni”, Politecnica delle Marche e dalla rivista Altovalore qualche piccolo segnale in positivo lo offre già. Basta guardare in particolare all’andamento nel periodo pre-pandemico (2018-2019), durante il quale è evidente un trend di crescita decisamente superiore a quello medio italiano: nelle Marche è stato registrato un numero medio di operazioni per anno 4 volte superiore a quello che era stato l’andamento dei primi anni Duemila. Un evento positivo, anche se si partiva da un numero particolarmente esiguo di operazioni realizzate. A frenare ancora oggi i processi di M&A ci sono tre questioni rilevanti, che lo sono per la stragrande maggioranza delle imprese italiane e per la quasi totalità di quelle marchigiane: la piccola dimensione, il modello familiare chiuso e la complessità e i costi di organizzazione e spesso di riorganizzazione aziendale. 


Le questioni sul tavolo
Sulla prima, Donato Iacobucci, docente di Economia alla Politecnica e coordinatore della Fondazione “Aristide Merloni” lancia un warning molto chiaro: «Occorre favorire la crescita delle imprese e un maggiore consolidamento del numero delle medie e grandi imprese, perché l’evidenza empirica dimostra che un sistema produttivo basato esclusivamente sulle piccole imprese non riesce a mantenere il passo in termini di innovazione e crescita della produttività». Quanto al modello di governance, la gestione familiare è certamente un plus a patto che proprietà e gestione non coincidano: andrebbe modificato in direzione di una maggiore managerializzazione. Quanto a complessità e costi necessari per aprirsi al mercato della finanza, la questione è oggettivamente sul piatto, ma le grandi crisi che si sono abbattute sul tessuto imprenditoriale marchigiano ha reso le aziende molto più solide e capitalizzate rispetto al passato e questo amplia la platea di quelle potenzialmente interessate ad aprirsi al mercato della finanza.


I nuovi modelli
C’è un ultimo aspetto delicato proposto dal report della Fondazione “Aristide Merloni”, perché alimenta quel dibattito sull’impatto che l’acquisizione di imprese a proprietà familiare da parte di grandi gruppi nazionali o esteri ha sull’economia regionale e sulle comunità locali: maggiori potenzialità di crescita del territorio o perdita dei legami e di autonomia nelle decisioni strategiche? Le risposte non sono univoche, ma nei contesti produttivi avanzati (e le Marche lo sono) gli effetti prevalenti sono positivi. Resta però l’evidenza di un saldo negativo tra acquisizioni nelle quali le nostre imprese sono target rispetto a quelle nelle quali conducono il gioco e sono acquirenti. E questa stimola una riflessione che porta a immaginare a quelli potrebbero essere i nuovi modelli di sviluppo delle Marche. Immaginarne uno solo, infatti, rischia di non essere sufficiente. 

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