Covid, terza dose per i vaccini. Il virologo Menzo: «Il richiamo servirà per i più fragili ma ora finiamo le seconde dosi»

Giovedì 19 Agosto 2021 di Martina Marinangeli
Il prof Stefano Menzo all'inaugurazione dell'anno accademico di Univpm

ANCONA - Professor Stefano Menzo, direttore del laboratorio di Virologia degli Ospedali riuniti di Torrette e docente di Microbiologia alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Politecnica delle Marche, Israele ha fatto da apripista nella somministrazione della terza dose di vaccino anti-Covid ed altri Paesi seguiranno a stretto giro di posta. È una decisione corretta secondo lei?
«Sì, l’Fda americana sta approvando la procedura che verrà replicata poi dall’Ema. Penso che tra poco anche da noi si potrà procedere con la somministrazione della terza dose ai soggetti a rischio, gli immunodepressi, nei quali la risposta è già più debole. Hanno dunque bisogno di una dose ulteriore anche solo per arrivare ai livelli normalmente raggiunti dagli immunocompetenti. Questo è scontato e necessario».

 


Per quanto riguarda la terza dose ai soggetti non a rischio, invece? 
«Se ne sta ancora discutendo. Al momento credo che la priorità sia vaccinare tutti con la seconda dose, poi si potrà pensare alla terza. Chiaro che, alla fine, un richiamo sarà necessario per tutti, però ora è più importante che tutti abbiano almeno due dosi. A settembre si proporrà di vaccinare i sanitari, che hanno ricevuto la profilassi per primi, per poi procedere per fasce d’età come è stato finora».


Questo perché, con il passare dei mesi, la copertura del vaccino diventa meno efficiente? 
«È già stato osservato che il vaccino, dopo alcuni mesi, perde la sua efficacia e la copertura risulta ridotta. Per questo sarà sicuramente utile fare una terza dose».


È stato definito il lasso di tempo entro il quale il vaccino risulta efficace? 
«È stato fissato provvisoriamente a 9 mesi, ma è una data che ha un significato burocratico. I dati di Israele ci dicono che la protezione, dopo 7 mesi in media, è già molto bassa. La priorità però, ripeto, è vaccinare tutti anche con la seconda dose, obiettivo a cui non stiamo arrivando neanche lontanamente. Fatto questo, si potrà procedere con la terza dose: in Italia, immagino si proporrà di farla passati 9 mesi dal richiamo. Nel frattempo, va fatta quanto prima agli immunodepressi».


Tra i soggetti a rischio rientrerebbero solo gli immunodepressi? O anche gli anziani? 
«Per il momento, l’Fda approverà la terza dose solo per le persone con disfunzione del sistema immunitario, quindi sia i naturali che quelli trattati con immunosoppressori, come i pazienti oncologici o i trapiantati. Poi si procederà per priorità successive, ma dipenderà anche dalle disponibilità di vaccini e dai contratti in atto».


Di fatto, si sta parlando di ricominciare da capo con il piano vaccinale.
«Sì, di questo si tratta».


Se la logica è questa, potrebbero essere necessarie anche dosi successive?
«Gli studi dicono che ogni successiva dose contribuisce a migliorare le prestazioni della risposta immunitaria. Poi, tra non molto, arriveranno vaccini specifici che potranno essere più efficaci contro diverse varianti, in particolare la Delta che ora sta dominando nel mondo. Quando sapremo se avremo a disposizione questi strumenti, si potrà pianificare con più chiarezza, ma al momento queste informazioni mancano».


Le terze dosi che dovrebbero partire in autunno, dunque, sarebbero fatte con i vaccini che già conosciamo?
«Sì, penso che fino ad ottobre avremo questi».


La risposta immunitaria garantita dagli attuali vaccini sta funzionando contro la Delta? 
«Funziona abbastanza bene se la vaccinazione è fresca, poi cala progressivamente di efficacia. La protezione dall’infezione si riduce molto nei mesi: i dati di Israele dicono che scende fino a sotto il 20%. Contro la Delta, comincia a calare già dal secondo mese, ma non abbiamo ancora una curva di questo calo, solo i dati provvisori del Ministero della Salute israeliano. Rimane però la protezione contro la malattia grave, che è la cosa più importante».


Se il virus continuasse a circolare senza provocare conseguenze cliniche, sarebbe comunque grave?
«Se tutti fossero vaccinati, no. Ma siccome non lo sono, anche i contagi asintomatici diventano un problema. Se avvengono in ambito ospedaliero, bloccano le attività dei reparti perché il personale sanitario andrebbe mandato in quarantena ed i reparti potrebbero chiudere. Al momento non possiamo permetterci di dire che è come l’influenza, non muore più nessuno e quindi facciamo finta che non ci sia. Anche perché, peraltro, qualcuno ancora muore».

 

Ultimo aggiornamento: 20 Agosto, 09:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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