Jacopo Negri, presidente dei tecnici sanitari di radiologia: «Tac fondamentali per stanare il Covid». Malati sempre più giovani

Giovedì 4 Febbraio 2021 di Martina Marinangeli
Jacopo Negri, presidente dei tecnici sanitari di radiologia: «Tac fondamentali per stanare il Covid». Malati sempre più giovani

ANCONA - Jacopo Negri, presidente dell’Ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione di Ancona, Ascoli Piceno, Fermo e Macerata, qual è stato il ruolo dei tecnici di radiologia nell’affrontare l’emergenza Covid?
«Soprattutto all’inizio, quando i tamponi molecolari non erano così affidabili – nel frattempo le tecniche si sono affinate – noi tecnici di radiologia eravamo deputati a capire se una persona potesse essere malata di Covid o meno».

 

 
Da subito in prima linea quindi. «Sì, facevamo le lastre sul letto dei pazienti perché spesso avevano difficoltà respiratorie e non potevano muoversi. Ci spostavamo noi con le apparecchiature. Mi permetto di aggiungere una cosa».


Prego.
«Dal 2018, l’Ordine dei tecnici di radiologia ha accolto al suo interno altre 18 professioni sanitarie che prima non avevano una casa, come tecnici di laboratorio, assistenti sanitari, igienisti dentali, fisioterapisti».


Tutti coinvolti nell’emergenza. E la pressione della prima ondata è stata fortissima sugli ospedali.
«Esatto, e ci fu anche una fase d’infezione all’interno dei nosocomi. Poiché il tampone non era preciso, molte persone si presentavano in più ospedali, sempre trattate come fossero Covid negative. Poi, alla prima tac, si scopriva che erano positive».


Avete registrato molti casi di contagio all’interno della vostra categoria? 
«Sì molti colleghi si sono ammalati e tutt’ora si stanno ammalando. Soprattutto nella prima ondata, mancavano anche i presidi di protezione: ricordo colleghi che facevano le lastre anche senza mascherine, pur sapendo che rischiavano di ammalarsi. Nonostante tutto, i tecnici di radiologia sono andati a lavoro tutti i giorni, con diligenza e dedizione».


Dalla prima alla seconda ondata com’è cambiato il vostro ruolo?
«Paradossalmente, non è cambiato molto: si è visto che la tac riesce ad essere molto più precisa, per quanto riguarda l’individuazione del Covid, rispetto al tampone, che impiega anche un po’ per dare i risultati, soprattutto negli ospedali che non riescono ad analizzarli in tempo reale. Inoltre, spesso e volentieri ci troviamo tutt’ora a fare esami a pazienti Covid positivi che ci vengono mandati come negativi sulla base di tamponi rapidi che hanno un’attendibilità bassa, per usare un eufemismo».


Non sono all’altezza del compito? 
«Basta guardare l’ospedale di Fermo, totalmente infettato perché hanno cominciato a ricoverare sulla base dei tamponi rapidi. Hanno sottostimato in maniera clamorosa i dati sul Covid e si sono infettati moltissimi operatori, medici e tecnici di radiologia. Ma non ci siamo mai tirati indietro».


Per quanto riguarda la severità della malattia, lo stato dei polmoni infettati dal Covid che esaminate oggi è migliorato o peggiorato rispetto alla prima ondata?
«Non direi che ci sia stato un peggioramento. Piuttosto, abbiamo visto un abbassamento dell’età dei pazienti».


Qual è, attualmente, l’età media dei pazienti?
«I casi gravi sono rimasti nella fascia di età degli ottantenni, ma recentemente stiamo vedendo più Covid positivi di 25-30 anni che vengono a fare le tac. Diventa un’ulteriore criticità perché la tac usa radiazioni e comunque può avere anche effetti deleteri, specialmente in pazienti giovani».

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