Il prof Giacometti: «Ho avuto pazienti che hanno giurato di aver vissuto segregati. O ci sfugge qualcosa o basta una minima disattenzione»

Lunedì 1 Febbraio 2021 di Maria Cristina Benedetti
Andrea Giacometti

Si ispira a Papa Francesco per combattere l’insistenza del Covid. «Potrebbe essere inutile vaccinare i paesi ricchi e lasciare indietro quelli più poveri». Per Andrea Giacometti si potrebbe generare un effetto di ritorno ingovernabile. Il direttore della Clinica di Malattie infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona parte dagli ultimi per arrivare a tutti. 

 

Professore, siamo tornati in zona gialla, ma...?




«Era attesa, era una speranza. Il discorso è semplice: non dobbiamo abbassare la guardia. Valgono le solite avvertenze: attenti alle mascherine, da indossare bene, sopra il naso; distanza di sicurezza e igienizzare le mani. Sempre. La responsabilità ricade sulle persone». 


È ottimista?
«Lo sono perché non ho visto la seconda ondata trasformarsi nella terza. Osservo piuttosto un decremento, molto lento». 


La curva pandemica a che punto è del tracciato?
«Ora siamo in equilibrio. La traiettoria è quasi orizzontale, con una minima inclinazione al ribasso».


Quindi? 
«Ci vuole tanta, tanta pazienza».


Cosa teme? 
«Che se non stiamo attenti possa arrivare questa maledetta mutazione, soprattutto quella brasiliana: sembra più diffusiva e potrebbe essere meno sensibile all’azione protettiva degli anticorpi. Allora sì, che potrebbe esserci la terza ondata».


E si annullerebbe l’effetto della corsa al vaccino? 
«Non proprio. I dati sicuri ci dicono che la variante inglese è abbastanza coperta, probabilmente lo è anche quella sudafricana. Su quella brasiliana ancora non ci sono informazioni. Sappiamo che a Manaus, nella capitale dello stato di Amazonas, il virus ha già colpito oltre il 75% degli abitanti. È pur vero che in quei luoghi le condizioni sanitarie non sono paragonabili alle nostre». 


Una virulenza che non perdona.
«Il contagio è strano. Nel mio reparto sono arrivati pazienti che hanno giurato di aver vissuto segregati e di essersi fatti consegnare la spesa a casa una-due volte alla settimana. Nonostante ciò si sono ammalati. Qualcosa ci sfugge, oppure anche una minima disattenzione può essere fatale». 


È pensabile un lockdown selettivo degli anziani? 
«Non è praticabile perché sono proprio loro i soggetti che hanno più necessità di visite, di essere assistiti. Non possono essere lasciati soli. Non devono essere isolati anche qualora siano autosufficienti e vivano una condizione di normalità. Rischierebbero l’insorgenza di stati depressivi che a volte sono il preludio di un progressivo deterioramento cognitivo». 


Qual è secondo lei la soluzione-tampone? Le mascherine ci salveranno? L’influenza che non decolla può offrire uno spunto?
«Altre malattie risultano sotto soglia. Io, per esempio, non ho avuto un raffreddore. La prova del nove che funzionano. Penso che per un bel po’ di tempo saranno vivamente consigliate». 


Torniamo ai vaccini. Le dosi non arrivano, alcune sono da somministrare due volte, altre vanno bene solo tra i 18 e i 55 anni. E poi c’è il dubbio dell’efficacia. Cosa teme di più?
«Sono partiti male dall’origine. L’Organizzazione mondiale della sanità avrebbe dovuto coordinare le ricerche a livello planetario». 


E invece?
«S’è scatenata una gara tra industrie farmaceutiche e tra stati, il che ha generato diffidenza. Le domande sono ricorrenti: quelle sostanze sono davvero affidabili, sono realmente efficaci? L’azione dell’Oms avrebbe garantito maggiore sicurezza, minore scetticismo e più velocità». 


A questo punto? 
«Mi preoccupano i tempi. Confido che per coprire, spero, 40-45 milioni di italiani si arriverà a fine anno. Di meglio non si potrà fare. Ma se non ci sbrighiamo, il virus continuerà a propagarsi e quindi a moltiplicarsi. E sappiamo che la continua moltiplicazione genera varianti. Si tratta di semplice probabilità statistica».


Un altro elemento che l’inquieta? 
«Le darò una risposta alla Papa Francesco».


Prego. 
«Potrebbe essere inutile vaccinare i paesi ricchi e lasciare indietro quelli più poveri dove le mutazioni del virus si diffondono con più rapidità. Si genererebbe un effetto di ritorno ingovernabile». 


Cosa ne pensa della ricerca che prevede di sottoporre al sierologico i vaccinati? 
«È uno studio che stiamo portando avanti anche a Torrette. Ci permette di capire qual è la risposta immunitaria dopo la prima dose, se e quanto aumenta con la successiva e quanto durerà l’effetto». 


Costano tanto i reagenti?
«Non è un problema. Si procederà a campione. Una volta acquisiti i dati ci fermeremo». 


Molti dei contagiati che hanno superato l’inferno del Coronavirus a distanza di mesi continuano a stare male. Un’emergenza nell’emergenza?
«Il long-Covid, come l’hanno battezzato gli anglosassoni. Ma chiamarla emergenza mi pare troppo». 


Definisca lei l’effetto. 
«Nell’ambulatorio post Covid che abbiamo aperto a marzo il 100% degli ex malati ha almeno un sintomo dopo mesi: astenia, perdita di olfatto, la sensazione di fiato corto per sforzi che prima non davano problemi, cefalea». 


La qualità della vita peggiora? 
«Una ragione di più per non abbassare la guardia. Mai».



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