La moglie di Carlo Urbani, il medico della Sars: «La sua lezione utile a tutto il mondo, ma compresa solo a metà»

La moglie di Carlo Urbani, il medico della Sars: «La sua lezione utile a tutto il mondo, ma compresa solo a metà»
La moglie di Carlo Urbani, il medico della Sars: «La sua lezione utile a tutto il mondo, ma compresa solo a metà»
di Lorenzo Sconocchini
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Sabato 28 Marzo 2020, 06:45

CASTELPLANIO - Il 29 marzo del 2003, in un ospedale di Bangkok, il dottor Carlo Urbani moriva di Sars, la malattia infettiva che il medico di Castelplanio comprese per primo, riuscendo a isolare il nuovo virus e a lanciare l’allarme che consentì di arginare l’epidemia. Lo ricordiamo con la moglie Giuliana Chiorrini.



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Da 17 anni si parla dell’eredità di Carlo Urbani, del suo sacrificio. Visto quello che sta accadendo con la pandemia da Coronavirus, pensa che la lezione di suo marito, Medico del mondo, sia servita? 

«Le mie sono solo considerazioni personali, ma in questi giorni sto rileggendo un libro su Carlo e mi ha colpito la parte in cui sono riportati tutti i contatti che ebbe in Vietnam in quei giorni decisivi, a partire dal 28 febbraio 2003, con i referenti locali dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Da quando scoprì il paziente-0 nell’ospedale francese di Hanoi, un uomo d’affari ricoverato per una gravissima polmonite, intuì subito che si trattava di una malattia nuova capace di infettare intere comunità e diede l’allerta, chiedendo subito la chiusura di porti, aeroporti e frontiere».
Come viveva questa situazione?
«Tornava a casa esasperato, diceva che il rischio era gravissimo, che non lo ascoltavano abbastanza, ma a forza di insistere già il 10-12 marzo il Vietnam e altri Paesi adottarono misure molto stringenti per arginare l’epidemia di Sars. Da noi non c’è stata subito un’esatta percezione del pericolo Coronavirus. Hanno chiuso le scuole, poi le hanno riaperte, hanno bloccato i voli dalla Cina, ma non quelli indiretti. Avanti così fino a marzo, eppure già a fine dicembre erano stati notati in Italia diversi casi di polmonite anomala. Il timore di Carlo di essere inascoltato, si è riaffacciato adesso».
 
Lei disse subito che Carlo non era un eroe ma un uomo che non si voltava dall’altra parte. Immaginava le sue battute ironiche a sentirsi definire eroe o santo. Che effetto le fa ora sentire parlare di medici ed infermieri eroi?
«Anche senza chiamarli eroi, penso che dovremo essere loro grati per sempre. Verso di loro provo un’ammirazione totale. Tantissimi sanitari stanno dando tutto rischiando in prima persona, seguendo l’esempio di Carlo, che si rimise il camice da infettivologo per visitare quel paziente sospetto ad Hanoi anche se il suo compito era un altro, da dirigente dell’Oms. Il suo motto, sin da ragazzo, era aiutare chi ne ha bisogno. Quello che stanno facendo qui medici e infermieri. So quanto sia difficile lavorare in un ospedale con pazienti infetti, assistevo Carlo negli ultimi giorni della sua malattia».

In Italia 43 colleghi di suo marito sono morti di Coronavirus e solo nelle Marche 647 sanitari sono in quarantena. Bisognava proteggerli di più? Si fa fatica anche a trovare le mascherine.
«È una cosa che davvero non capisco, i dispositivi di protezione sono irrinunciabili per chi combatte contro un virus. In Italia si è commesso l’errore di non ritenere mascherine e altri dispositivi sanitari una produzione strategica per l’interesse nazionale».
Nell’ospedale di Jesi che porta il nome di suo marito sono ricoverati 110 contagiati. Che prova sta dando la nostra sanità in questa emergenza? Forse solo ora si capisce fino in fondo l’importanza del servizio sanitario pubblico, di quelle “cure per tutti” a cui suo marito ha dedicato la vita in giro per il mondo?
«Purtroppo sì, ce ne accorgiamo ora. Ma tutti gli operatori sanitari, al Carlo Urbani di Jesi come in altri ospedali, stanno facendo davvero l’impossibile. Nel nostro territorio opera un team di Medici senza Frontiere, la Onlus di volontari di cui Carlo aveva fatto parte. Come famiglia abbiamo fatto da tramite per averli qui. Sarebbe stato bello vederli lavorare nell’ospedale di Jesi intitolato a Carlo, purtroppo non è stato possibile. Sono nelle case di riposo, un altro fronte molto a rischio».
Dice spesso che Carlo ci ha insegnato a non essere egoisti. Un messaggio che, in tempi così difficili, può tornare utile a tutti. Lei come presidente della Croce Rossa di Castelplanio assiste la popolazione, soprattutto anziana. Che mondo vede dietro le porte delle case in cui tutti stanno rintanati?
«Ultimamente posso uscire di meno, perché assisto un familiare anziano, ma devo dire che questa lezione di Carlo, l’invito a pensare agli altri, sta mietendo proseliti. All’inizio molti non si rendevano conto, uscivano tranquillamente, poi la reazione è stata di barricarsi in casa. Ma ora tantissime persone si danno da fare, non solo associazioni di volontariato, ma semplici cittadini che si impegnano per aiutare gli anziani o i vicini. E in questi giorni in tanti mi scrivono per dirmi quanto sarebbe stato utile un medico preparato e generoso come Carlo».
Quest’anno non potrete celebrare neanche una messa per ricordarlo. Come vivrete la ricorrenza di domani?
«Avevamo preparato diverse iniziative, come ogni anno, ma non si potrà fare nulla in pubblico, ci saranno altre occasioni. In privato ricorderemo, io e nostri tre figli, quei giorni terribili perché ora tutto ritorna, dal ricovero in ospedale di Carlo, il 13 marzo, a quando l’hanno intubato. Il nostro vissuto si rispecchia nella drammatica attualità di oggi. E non è facile».

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