L'imprenditore, il finanziere e quei 130 milioni riciclati. E l'organizzazione voleva anche i fondi Covid

Martedì 28 Luglio 2020 di Stefano Rispoli
L'imprenditore, il finanziere e quei 130 milioni riciclati. E l'organizzazione voleva anche i fondi Covid

ANCONA - «È tutto un miscuglio, alla Finanza ci vogliono 20 anni per trovare una fessura». E invece hanno impiegato molto meno le Fiamme Gialle per cogliere quello spiraglio di luce e stroncare un’associazione a delinquere radicata nelle Marche, che aveva allestito un business milionario fondato su un vorticoso giro di fatture false tra operatori del settore calzaturiero, dei pellami e della plastica e transazioni tra l’Italia, l’Est Europa e gli States. L’organizzazione, prosciugando conti correnti e distraendo milioni di euro, puntava ad arricchirsi ancora con i fondi destinati alle aziende in crisi per l’emergenza Covid



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Sono 146 gli indagati e 12 le misure cautelari emesse dal gip, su richiesta della Dda di Ancona che, con la procuratrice capo Monica Garulli e il pm Daniele Paci, ha coordinato l’operazione “Background”, avviata nel 2017 dalla Guardia di Finanza. In carcere sono finiti in 9, tra cui il presunto capo dell’organizzazione (operativa già dal 2014), un imprenditore 46enne di Montegranaro, con precedenti specifici, che in un’intercettazione telefonica si mostrava sicuro e al riparo da ogni sospetto: «Tanto la Finanza con me non ce la fa, ho 50 aziende, tutte collegate…» Il suo “miscuglio” era un puzzle di società che si scambiavano fatture fittizie e denaro da far sparire in conti esteri: Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Lituania, Moldavia, ma anche il Delaware, negli Usa. 
 
Il giro d’affari
Un giro d’affari da 130 milioni, con il coinvolgimento di 90 aziende in 9 regioni (Lazio, Veneto, Campania, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo, Valle d’Aosta, oltre alle Marche). Il “capo” si serviva della collaborazione di un 54enne ex assessore ed ex commercialista (radiato dall’Ordine) di Montegranaro, residente a Civitanova, ora in carcere con altri 7 soggetti: padre e figlio d’origine campana e residenti nel Maceratese, la ex convivente del primo, un argentino di Potenza Picena e una connazionale di Sant’Elpidio a Mare, un 57enne di Torre San Patrizio e un siciliano trasferitosi a Milano. Durante le indagini, fondate su un centinaio di intercettazioni ambientali e telefoniche, geolocalizzazioni, accertamenti bancari e sequestri eseguiti anche ieri all’alba da 200 finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Ancona e dello Scico di Roma con i colleghi di Fermo e Civitanova (300mila euro in contanti sono stati recuperati nei mesi scorsi), le Fiamme Gialle hanno dovuto fare i conti anche con un “nemico” interno: un maresciallo della Finanza infedele, in servizio a Fermo, che avrebbe comunicato l’esistenza dell’inchiesta a un sambenedettese, intermediario del “dominus”. È accusato di corruzione e rivelazione di atti d’indagine.
Per tutti e tre il gip di Ascoli ha disposto i domiciliari (ma l’imprenditore di Montegranaro è in carcere per la misura cautelare ottenuta dalla Dda). «Domani mi dici, poi fai la fattura per il ferro… io bisogna che c’ho per il ferro. Se gli serve la plastica, gliela fai, se gli serve per il legno, fai il legno. Mi fai una cooperativa». Le conversazioni intercettate del “capo”, per gli inquirenti, confermano l’impianto accusatorio. L’organizzazione messa in piedi dai 146 indagati, per i quali la Procura ha riconosciuto il vincolo associativo contestando i reati di bancarotta fraudolenta, riciclaggio, auto-riciclaggio e altri reati fiscali, si basava sull’emissione di fatture false a fronte di bonifici: il denaro incassato dalla novantina di società di capitali coinvolte, controllate dai vertici, veniva travasato in conti intestati a ditte individuali e riconducibili a prestanome che, contestualmente, prelevavano i soldi e li facevano sparire, trattenendo una “commissione” per il servizio prestato. Una volta prosciugate, le società fallivano, come le 7 finite nell’ultimo filone d’inchiesta (una con sede a Falconara) insieme ad altre 9 ditte individuali non ancora cessate e 29 società di comodo, gestite direttamente dai “prelevatori”.
Il riciclaggio
Da queste sarebbero stati distratti fondi per 15,5 milioni, mentre è stimato in 26 milioni il denaro riciclato. In tutto sono 1600 le aziende con cui l’organizzazione trattava: l’inchiesta, dunque, potrebbe allargarsi. E ad allargare i propri orizzonti puntavano anche i vertici del sodalizio che volevano mettere le mani sui fondi per l’emergenza Covid da centinaia di migliaia di euro previsti per le aziende in crisi, come quelle che loro stessi avrebbero scientificamente condotto al fallimento. «Stai portando avanti i finanziamento del decreto?» chiede uno degli indagati al “capo” in una telefonata intercettata. Lui conferma: «Sì sì, stiamo lavorando mattina e sera su questo! Poi dopo io volevo fare la pratica perché lo sto facendo per tutte le aziende». 

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