Acquaroli critica il Dpcm: «Chi si è messo in regola andava preservato. Per la movida bastavano le 23»

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Maria Cristina Benedetti
Acquaroli annuncia un miliardo di aiuti ma critica il Dpcm: «Chi si è messo in regola andava preservato. Per la movida bastavano le 23»

ANCONA - Teme innanzitutto per la tenuta sociale. Francesco Acquaroli mette in fila i suoi distinguo all’ultimo decreto anti-Covid, raccontato dal premier Conte durante l’ennesima conferenza domenicale, in diretta dal cortile di Palazzo Chigi.

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Alle 13 e 30 in punto l’annuncio alla nazione che da oggi si tenterà la strada impervia del semi-lockdown. «No, non ho ascoltato il presidente, a quell’ora ero impegnato in una Giunta, che ha chiamato a raccolta tutti i vertici regionali della sanità, per capire lo stato dell’epidemia e la tenuta dei nostri ospedali. Non potevo». 

 

Le contraddizioni 
L’esordio del neo governatore, il primo di centrodestra dopo mezzo secolo di Regione, sembra voler rivendicare un angolo d’autonomia d’azione. Ma subito chiarisce che le divergenze con il governo nazionale non hanno un retrogusto di bandiera, né tantomeno sono frutto di sterili polemiche. Tradotto: niente slogan, ma fatti. Meglio ancora: contraddizioni. «Le Regioni - Acquaroli si unisce al coro - non hanno messo i bastoni tra le ruote, hanno solo voluto evidenziare quelle che potevano essere considerate scelte non convincenti». Non si fa pregare, passa all’esempio su un campo ormai martoriato da un Dpcm a settimana. «Il ristorante aperto a pranzo e chiuso a cena». Sottolinea il paradosso: «Come se il virus circolasse la sera e non di giorno». 
La logica 
Altro giro, altri dubbi. «Se c’è l’ osservanza delle procedure stabilite, perché le palestre e le piscine dovrebbero chiudere, quando magari restano aperte altre attività che possono comportare dei rischi?». Propone il cambio di prospettiva: «Se c’è il rispetto della distanza di sicurezza, se si riesce a garantire la sanificazione dei luoghi, se c’è chi è in grado di assicurare tutto questo, perché fermare le attività? Potrebbero continuare, seppur in modo rallentato e prudente». E spiega la logica che sottende a questa, profonda, dissonanza. «Il danno enorme è alla salute e alla sicurezza, che vanno messe al primo posto, tuttavia può esserci un danno altrettanto enorme a livello socio-economico». 
Il confronto
Arriva al nodo, mai sciolto: «Ecco, credo che su questi aspetti si dovesse essere più aperti al confronto». Non è per la frattura insanabile, il governatore, ma per l’analisi delle conseguenze sì. «Non voglio dire che si sta scaricando il peso dell’emergenza sanitaria su queste categorie, ma di certo pagheranno le scelte fatte, al di là di quello potrà essere un ristoro a fondo perduto (per oltre 1,2 miliardi, ndr) a beneficio di tutti coloro che verranno penalizzati da queste nuove norme». Pagheranno - insiste lui - «perché si dovranno fermare. Per quanto?». Tenta di sciogliere le titubanze a colpi di speranze: «Noi ci auguriamo per un tempo breve e che la curva del contagio si raffreddi. Però il pericolo che andiamo a correre è grande, in tutto il Paese». E sul fattore-contraddizione insiste. «Non è che il virus gira di sera e non di giorno. La chiusura alle 23 avrebbe smorzato la movida, ridotto gli assembramenti. Cerco di immaginare una serie di interventi per rallentare la diffusione del Covid. Ma bloccare tutto è altrettanto rischioso. Poi, ci sono norme che sono un controsenso». Definisce l’ultimo provvedimento non lineare. Non omogeneo per tutti. 
Le misure
Acquaroli torna con la memoria alla sua ordinanza, di giovedì scorso, sulla didattica a distanza, almeno al 50% nel triennio delle superiori; sulla capienza del trasporto pubblico locale, ridotta dall’80 al 60%. «Per attenuare quella curva che era in accelerazione, ma cercando di salvare le attività economiche che erano in grado di lavorare in sicurezza». Per la tenuta sociale.

 

Ultimo aggiornamento: 11:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA