Pronti, via: è già salasso. Il Covid-19 costa al mese cento euro a dipendente

Pronti, via: è già salasso. Il Covid-19 costa al mese cento euro a dipendente
Pronti, via: è già salasso. Il Covid-19 costa al mese cento euro a dipendente
di Francesco Romi
5 Minuti di Lettura
Martedì 5 Maggio 2020, 05:30

ANCONA  - Un centinaio di euro al mese per dipendente: è una stima di quanto costerà alle aziende rispettare alla lettera i protocolli di sicurezza previsti all’interno dei luoghi di lavoro. Una cifra che tiene conto solo dell’acquisto dei dispositivi principali e del fatto che la maggior parte si usano una volta e poi dovrebbero finire nell’indifferenziata, e delle operazioni di sanificazione degli ambienti. Una cifra che cresce per le aziende più strutturate, che hanno deciso di affidarsi a consulenti, di acquistare i rapid test, di rimodellare alcune strutture interne (spogliatoi e bagni in particolare) di dividere meglio gli spazi di lavoro con separatori di plexiglass, di modificare i turni di lavoro. Investimenti non previsti ma dovuti e senza avere la percezione di quello che accadrà nelle prossime settimane, quando tutti cominceranno a prendere coscienza di come il lockdown, in Italia e l’estero, avrà modificato il mercato. 

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«I maggiori costi sostenuti solo in un mese sono stati pari a circa 15mila euro», evidenzia Pierluigi Bocchini, presidente della quotata Clabo, attiva nel settore delle vetrine espositive professionali per gelateria, pasticceria, bar, caffetteria e hotel. Tra le voci extra c’è anche quella per un autobus da 50 posti, più grande rispetto a quello utilizzato prima della crisi, per trasferire una ventina di lavoratori residenti a Pesaro fino al quartier generale di Jesi. A garanzia dei 170 lavoratori, l’azienda ha previsto obbligo tassativo di dispositivi di sicurezza, allungamento del turno del personale di servizio (controllo accessi), intensificazione dell’igienizzazione (2 volte al giorno), sanificazione di tutti gli ambienti (effettuata già 2 volte dal 10 aprile), termo-rilevatori della temperatura corporea. E, non per ultimo, il turno unico «per evitare entrata-uscita del personale in pausa pranzo», scelta che «richiede mezz’ora di tempo al giorno regolarmente retribuita, quindi circa un 6% del costo della manodopera in più non quantificata». Un’ulteriore voce di spesa.

Massimo Cecchini, amministratore delegato di Str Automotive di Pesaro, ha investito per primo sui test sierologici con la tecnologia della chemiluminescenza per tutti i suoi 300 dipendenti (60 euro ognuno): «Nei tre stabilimenti abbiamo realizzato anche percorsi di sicurezza a senso unico, accessi presidiati e allargato le postazioni di lavoro, che ora sono distanti fra loro almeno un metro e mezzo - racconta -. Stiamo raddoppiando la capienza dei locali mensa, che saranno riaperti lunedì: per il momento abbiamo adottato soluzioni temporanee, che consentono di fare pausa rispettando le condizioni di sicurezza». 

«Si tratta di spese che tolgono ulteriore liquidità alle imprese, per le quali andava messa a disposizione, più che un prestito, una somma magari anche più bassa ma a fondo perduto», osserva Paolo Marzialetti, titolare di Paimar, storica azienda di Montappone con 20 dipendenti, specializzata nella produzione e commercializzazione di cappelli e accessori per l’abbigliamento. Per rispettare i protocolli di sicurezza, ha acquistato due macchinari per la sanificazione con un investimento di 3.200 euro e altrettanti termometri a pistola, ognuno al costo di circa 100 euro; tutti i dipendenti sono stati dotati di mascherina monouso, «che con l’approssimarsi della stagione estiva dovrà essere sostituita più volte nell’arco del turno di lavoro», sulla quale ognuno deve sovrapporre una FFP2 (6,5 euro), dotati di una tuta protettiva, «non obbligatoria», il cui prezzo oscilla tra 15 e 20 euro, e di una visiera da 4,50 euro, «che però sono scomode da utilizzare quando l’addetto abbassa il capo». 

«Ma il vero problema sono i guanti (8,50 la confezione da 100 pezzi se acquistata all’ingrosso) in lattice, nitrile o vinile - spiega l’imprenditore - perché non si riescono a eseguire determinate lavorazioni, senza contare poi il rischio che si buchino a contatto con gli aghi».

«Il lavoro non scorrerà più come prima: il vero costo è quello dell’inefficienza e sarà spalmato nel tempo», avverte Emanuele Palmarini, general manager di Indemac ad Ascoli Piceno, dove si producono macchine per lavanderie industriali. Il lavoro è ripreso ieri, dopo la sanificazione del sito «che è stata convenzionata a 200 euro» purché sia ripetuta una volta al mese, mentre per i bagni è stata acquistata una pompa (da 70 euro) e un liquido speciale (da 50 euro a confezione). I nove dipendenti sono stati dotati di tutti i dispositivi di sicurezza previsti nel protocollo e l’unica criticità riguarda parte degli utensili da lavoro: «Per l’85% sono personali e ognuno ha a disposizione il proprio carrello degli attrezzi – spiega il titolare – per il resto dovremmo attrezzarci per disinfettarli spesso». «Già prima della crisi sanitaria eravamo già organizzati con isole di lavoro - dice ancora Palmarini -, ma credo che sarà difficile lavorare otto ore di fila con mascherine, guanti e visiere (costano 6 euro)». 

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