Imprenditori, la fase cruciale: «Il fattore tempo è decisivo. Se non ripartiamo il mondo ci staccherà»

Lo stabilimento della Nuova Simonelli
Lo stabilimento della Nuova Simonelli
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Giovedì 16 Aprile 2020, 17:18

ANCONA - La corsa alle prefetture fa un po’ assalto a Fort Apache. Ma è anche la realtà: tra le aziende che hanno mandato la comunicazione e quelle che hanno avuto un assenso a voce «è uno slalom tra le righe del decreto, siamo tutti qui a capire cosa si può fare» dice Fabio Giulianelli, amministratore delegato di Lube Cucine. Gli inglesi userebbero l’acronimo Tina (There Is Not Alternative, non c’è alternativa) dopo aver visto le stime del Fondo monetario anche tenendo in primissimo piano la sicurezza dei lavoratori. 

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Se ne parla tantissimo tra gli imprenditori delle Marche, a maggior ragione dopo il progetto Lombardia sulle 4D (distanza, dispositivi, digitalizzazione, diagnosi) per riaprire praticamente tutto il 4 maggio. Giusto? Non giusto? E poi c’è il terzo vertice del triangolo: dopo l’urgenza dei tempi e quella delle misure di sicurezza c’è anche da azzeccare il nuovo modello di business.

Per i grandi e per i piccoli, all’ultima chiamata per i progetti di aggregazione e di filiera. «Perché tra 15 giorni ci sarà un’Italia disperata - attacca ancora Giulianelli. A me non cambia molto mandare via 9-10 camion di merce ma voglio riaprire perché devo reinventarmi. Confido molto su Colao, lui non è un Borrelli o un Arcuri. Il nostro nuovo modello di business? Lo sto dicendo ai miei negozi: aprire prima, chiudere alle 22, orario continuato a pranzo e lavorare solo su appuntamento. Caro cliente, quando entri in negozio ci sarai solo tu. E il cliente non avrà tempo e voglia per fare dieci preventivi. Quindi, il nodo per noi è: dobbiamo essere il negozio insostituibile, l’unico. Devo fare la miglior cucina, al miglior prezzo e al miglior servizio. Prima, tutto questo veniva nascosto dal prezzo. Ora il paradigma prezzo crollerà e verrà fuori il resto. Noi ci puntavamo già, ma ora dovremo marcarlo ancora di più».
«Ripartire subito, altrimenti non ci sarà più nulla». Per Nando Ottavi, past president di Confindustria Marche, siamo già oltre i tempi supplementari. «Stiamo attraversando un bruttissimo periodo per la diffusione del Coronavirus, ma non vorrei che le conseguenze economiche fossero peggiori».

Taglia corto il leader della Nuova Simonelli, che a Belforte del Chienti, nel Maceratese, produce macchine per caffè e cappuccino. O meglio produceva: «Sono quindici giorni che siamo chiusi, abbiamo riaperto solo per garantire alcune consegne programmate». Ribadisce l’urgenza: «Non si può vivere di sola cassa integrazione o di contributi statali, così si genera disoccupazione». Subito, è il suo mantra: «Vorremmo riattivare la produzione già dalla prossima settimana». E la prova del nove, per Ottavi, arriva dal resto del mondo, da quei 120 Paesi con i quali ha rapporti commerciali. «L’Asia, il Medio Oriente e la Russia si sono rimessi in moto. La Germania e la Spagna non si sono mai fermate». Mascherine d’ordinanza, oltre i due metri di distanza, mai senza sanificare e turni scaglionati. È la versione-Ottavi al piano lombardo delle 4D. Ma è la nota a margine che fa delle Marche una terra che non è dietro a nessuno. «Ancor prima del patto siglato tra sindacati e Confindustria, il nostro stabilimento sul fronte della sicurezza era al passo». 

Non crea scale di valori, il presidente, né sacrifica il bene essenziale della vita alle logiche del business. Piuttosto invoca equilibrio: «Credo che si possano garantire salute e produzione insieme». Accelera ancora: «Le piccole imprese, che in Italia sono il 90%, devono aggregarsi sul serio, altrimenti non reggeranno il peso di questa nuova crisi». Va oltre: «Dobbiamo riportare alcune fabbricazioni in Italia. Non dimentichiamo la lezione delle mascherine: non si può dipendere da altre nazioni». Il rovescio della medaglia: «Il governo s’impegni a sostenere le eventuali riconversioni».

Considera solo una variabile: il fattore “T”. «Riaprire tutti e nel minor tempo possibile». Il 5 maggio? «Tre settimane sono tantissime. Troppe». Giovanni Clementoni, il primo produttore d’Italia di giocattoli, va giù duro. «Il mondo non ha chiuso e io sto perdendo quote di mercato. I giochi arrivano dall’estero». Come un tempo condivideva le soddisfazioni, ora applica lo stesso principio alle paure. «Anche le maestranze iniziano ad avere serie preoccupazioni». La sicurezza innanzitutto: «Determina il bene dell’azienda, dei lavoratori e del Paese tutto». La prudenza segue a distanza ravvicinata: «I buyer saranno quelli di prima, ma il contesto di riferimento no». Clementoni non ha ricette: «La catena di distribuzione non si spegne e riaccende come un motore». Non immagina nuove forme di business, ma ipotizza scenari possibili: «Se l’indotto del turismo si blocca, i consumi caleranno drasticamente. Il credito sarà un problema serissimo».T orna a insistere sul fattore “T”: «Sì, il tempo. Solo ripartendo subito potremo comprendere quali saranno le vere emergenze da affrontare».

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