L’esercito del lavoro nero con il coronavirus: quei 70mila che rischiano di diventare bomba sociale

Giovedì 23 Aprile 2020
L’esercito del lavoro nero: quei 70mila che rischiano di diventare bomba sociale

Poco meno di un lavoratore su 10 nelle Marche fa parte dell’economia sommersa: il dato, in crescita nell’ultimo triennio, rischia di diventare il prossimo problema serio da affrontare una volta terminata l’emergenza sanitaria per il Covid-19. L’alert arriva dalla direzione regionale Inps che da settimane sta macinando pratiche a regimi straordinari per riuscire a chiudere il cerchio dei vari bonus e degli strumenti di sostegno al reddito approntati dal governo a partire dal decreto Cura Italia. 

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Tra i flussi impressionanti di posizioni di aziende e lavoratori, il direttore regionale Fabio Vitale ha chiesto e ottenuto dal servizio di vigilanza uno studio sui lavoratori in nero. Vitale conosce bene la materia essendo stato capo di tutti gli ispettori d’Italia a livello di direzione centrale: un expertise che si è tenuto stretto nel corso degli anni e che ha coltivato anche quando è arrivato negli uffici di via Caduti del Lavoro, qualche settimana prima che esplodesse il Covid-19 in Italia. «I risultati del report descrivono un orizzonte preoccupante del fenomeno lavoro nero - inizia il dirigente - che aveva già una sua consistenza in assoluto ma ne acquisisce una anche maggiore alla luce del tessuto produttivo di questa Regione».

Le stime abbracciano una platea di circa 65/70mila persone che galleggiano nell’economia sommersa e sono state ricavate incrociando i numeri della banca dati dell’istituto previdenziale riguardanti aziende e lavoratori della nostra regione. «Una banca dati potentissima - spiega Vitale - un patrimonio che a noi serve per fare vigilanza documentale e intelligence amministrativa ma spesso viene messo a disposizione anche della guardia di finanza o dell’Inl, l’ispettorato nazionale del lavoro all’interno del quale operano anche i carabinieri con un nucleo speciale con competenze giuslavoristiche». Vitale ha messo in controluce il risultato dei suoi ispettori con quanto rilevato dall’Istat nell’ultimo triennio scoprendo che i dati combaciano: «Il dato sintetico - seppur riferito al 2016 e 2017 - vede 66.800 lavoratori in nero nel 2016 e nel 2017 69,100. Il dato interessante è che il tasso di irregolarità secondo Istat è di circa il 10,3 – 10,5 % perciò i conti tornano se pensiamo che gli occupati nelle Marche nel 2018 sono stati 638.000 circa». 

Con in mano una stima degli irregolari dell’11% della forza lavoro generale (circa 660mila persone), Vitale ha voluto coinvolgere sul tema governatore e prefetto per attivare un gruppo di lavoro dedicato a quella che, da più parti, viene indicata come prossima emergenza da gestire. Quella sociale. «Il perimetro delle 65-70mila persone è destinato ad aumentare nei prossimi mesi - analizza il dirigente - quindi al vulnus relativo alla mancata copertura previdenziale dei lavoratori se ne aggiunge potenzialmente un altro, quello che alla ripresa delle attività porterà i nuovi senza lavoro a ingrossare il già nutrito esercito del sommerso». 

Che sia più di una previsione per Vitale è fatto quasi certo. «Lo credo perché il tessuto economico delle Marche è fatto da tante piccole e micro aziende e la crisi di liquidità metterà tanta gente alle corde. Da qui la richiesta di attenzione a enti e istituzioni visto che come diretta conseguenza ci sarà un massiccio ricorso all’intermediazione fittizia di manodopera. Intendiamoci: questo tipo di cultura non appartiene alle Marche ma per tipo di organizzazione rischia di diventarne adiacente. Mentre nella grande impresa il lavoretto o la mezza giornata non spostano gli equilibri di produzione, nelle piccole invece sì». E quando si parla di intermediazione fittizia di manodopera siamo al limite inferiore del caporalato. 

Di lacerazioni cioè del tessuto sociale che potrebbero deflagrare creando conseguenze anche più gravi. «Il focus - dettaglia Vitale - sulle azioni irregolari delle aziende da una parte cerca di drenare risorse che andrebbero disperse nei rivoli e nelle tasche di soggetti che li percepirebbero senza averne diritto, dall’altra evita di allargare il plotone dei lavoratori in nero. So che è antipatico ma se lottiamo con risorse scarse ci deve essere qualcuno che ne controlla la buona gestione». 

«E in ultima analisi è anche un modo - continua - per difendere il grande sforzo che l’Inps sta facendo nella nostra regione. In pratica in pochissimi giorni abbiamo dato seguito a una grande mole di lavoro per andare incontro alle esigenze dei cittadini. È un riconoscimento ai miei dipendenti che lavorano anche di notte per sfruttare meglio le procedure». 

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