«Ripartiamo o moriamo tutti». Industriali e artigiani divisi: ecco il dilemma dopo i tempi fissati da Borrelli

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«Ripartiamo o moriamo tutti». Industriali e artigiani divisi:
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Sabato 4 Aprile 2020, 07:10 - Ultimo aggiornamento: 10:49

ANCONA  - È il tema del giorno. Le parole della capo della Protezione civile nazionale Angelo Borrelli pronunciate ieri mattina sul possibile ritorno alla normalità non prima del Primo maggio hanno fatto sobbalzare sulla sedia tutti quanti. Le previsioni più ottimistiche finora ascoltate, ad iniziare dal presidente del consiglio Conte, prefiguravano uno sblocco del lockdown a metà aprile, dopo Pasqua. Adesso c’è un nuovo traguardo da affrontare che si sposta in avanti di tre settimane. Se sia una eccesso di prudenza o una valutazione concretamente fondata lo scopriremo nei prossimi giorni. 

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Di sicuro chi si occupa della propria azienda e deve rimettere in piedi un ciclo produttivo ha dovuto fare i conti con un nuovo sbilanciamento dei suoi piani di business alla luce delle parole di Borrelli. Il virus ha messo tutti in ginocchio: a parte rare eccezioni mon c’è un problema tra industriali e artigiani, tra commercianti e partita Iva. Per molti, quasi tutti c’è una necessità impellente di ritornare al proprio posto in azienda tra i mille distinguo, settore per settore. Massimo Ubaldi, ascolano, costruttore, presidente provinciale dell’Anci, ha una quota importante di lavoro ad Ancona oltre che nel Piceno: «Il problema è di tutti. Perché in queste ore si stanno perdendo le quote di mercato. La comunicazione di Borrelli mi è sembrata completamente fuori posto. Qui siamo in una situazione in cui o ripartiamo subito oppure moriremo tutti. Nelle chat a cui sono collegato stamattina ho letto solo reazioni furiose». 

Ubaldi parla partendo da un dato di fatto. «Tutti ci siamo attrezzati per garantire la sicurezza sul posto di lavoro. Ma abbiamo già visto che nelle aziende c’è stata una quota bassa di contagi. Ho letto che all’Ilva c’è stato un numero di casi positivi limitatissimo». Ubaldi parla per categorie generali ma se entra nello specifico dell’edilizia va giù ancora più pesante: «Poi se non c’è gradualità per le attività all’aperto sarà molto difficile far ripartire tutto quanto. Come associazione chiediamo assolutamente la sburocratizzazione amministrativa. È un passaggio fondamentale: il codice degli appalti è diventato una barzelletta, c’è bisogno di cambiare le regole. Se Consip fa un bando per i ventilatori e, codice alla mano, chiedendo 1 milione di anticipo agli imprenditori e il bando va deserto credo che qualcuno si debba fare delle domande e darsi delle risposte». Il problema dunque è sul tavolo. Ripartire subito e quando farlo nelle condizioni di sicurezza per tutti: dipendenti e clienti. 

Cristiano Ferracuti è un industriale calzaturiero Fermano, ex presidente dei giovani di Confindustria delle Marche. Trenta dipendenti, fatturato tra i 4-5 milioni di euro. Realizza un prodotto medio alto, spesso customizzato. «Il tema del quando riaprire è un tasto delicatissimo. Realisticamente per le aziende più tempo si sta chiusi e più si perdono soldi. Ovviamente al primo posto in questo momento va messa la salute di tutti noi. Ma c’è fare i conti con molti fattori». Ferracuti parla di due spade di Damocle sulla testa degli imprenditori e prende ad esempio suo padre che oggi, dopo aver fondato l’azienda e averla passata al figlio, è il primo ad entrare in stabilimento. 


«Mio padre - racconta Ferracuti quanto alla prima spada di Damocle - ha superato i 70 èd una figura altamente a rischio. È il primo a entrare in azienda tutte le mattine. Allora prima di tutto servono controlli e organizzazione. Mascherine guanti, distanze allargate. Per questo c’è bisogno di tempo, non sono cambiamenti che si fanno dall’oggi al domani».

Poi sono aperte le discussioni sui vari temi. Quello del business, ovviamente, è il secondo in agenda. Ed è la seconda spada di Damocle. «Il punto è questo. Mi sono confrontato con molti dei miei colleghi del distretto della calzatura. C’è molta indecisione. Dovremo anche avere la sensibilità di capirer come stanno i nostri clienti, qual è la loro disponibilità economica e finanziaria. Tutti si vogliamo sbrigare a ripartire ma dobbiamo stare attenti a non anticipare e perdere altri soldi. A differenza di chi sta nel commercio, nel turismo o dove c’è un consumo immediato per esempio gli eventi noi abbiamo un ciclo produttivo che si allunga sull’arco di due-tre mesi. Per noi significa anticipare dei costi, di lavorazione e di prodotto». 

L’aria che tira è che chi compra, comprerà meno. Tradotto c’è il rischio di non essere pagati. Ci dobbiamo chiedere se avremo la stessa quantità di ordini e siamo sicuri che ci saranno delle riduzioni molto serie, qualcuno ha già sospeso. Dobbiamo studiare bene lo scenario di mercato. Stiamo attenti a non farci ancor più del male, altrimenti si rischia di perdere ulteriori soldi. Quando sento: ripartiamo, io dico che bisogna valutare da settore a settore perché ne va della vita di tutte le aziende e ogni mossa va soppesata molto attentamente».

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