Un team di Medici senza frontiere aiuta le case di riposo ad arginare il contagio: «Abbiamo combattuto Ebola ma questo Covid è terribile»

Medici senza frontiere nella casa di riposo di Senigallia
Medici senza frontiere nella casa di riposo di Senigallia
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Venerdì 17 Aprile 2020, 04:50

ANCONA -  Hanno già lavorato in missioni umanitarie nei focolai di virus spaventosi come Ebola, o combattuto epidemie su vasta scala di morbillo e colera in Africa. Eppure parlano di questa epidemia come di «un’emergenza senza precedenti», specie quando il Covid-19 s’insinua in comunità di anziani già malati, non veri ospedali, ma ricoveri con spazi per stare insieme davanti alla tv, o a mensa, e gli operatori devono reinventarsi il lavoro, magari con le mascherine e i camici che oggi ci sono e domani chissà.

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Proprio lì, nelle case di riposo e nelle residenze protette per anziani, opera una task-force di Medici senza frontiere, l’organizzazione umanitaria che su incarico dell’Asur Marche dà supporto alle strutture per la terza età dell’Area Vasta 2, la provincia di Ancona. Sono 11 tra medici, infermieri, specialisti in igiene, tecnici della logistica, assistenti sociali, coordinatori. Praticamente tutti con esperienze nei crateri infuocati delle peggiori epidemie, compresa la Sars, la malattia che nel 2003 uccise il loro ex presidente della sezione italiana, quel Carlo Urbani da Castelplanio, medico del mondo, che ritirò a Oslo il Nobel per la Pace assegnato a Msf nel ‘99. 

Uomini e donne «abituati per necessità a ottimizzare le poche risorse disponibili - come spiega il dottor Tommaso Fabbri, coordinatore dei progetti di Msf nelle Marche - a individuare le priorità e capire come e dove intervenire rapidamente». Dal 24 marzo Medici senza frontiere garantisce formazione e supporto al personale in 15 tra case di riposo e residenze protette, da quelle che si trovano a gestire i primi casi di infezione ad alcune ancora immuni, ad altre dove purtroppo il contagio era già avanzatissimo. Sono pronti a fornire il loro bagaglio di conoscenze nella prevenzione di infezioni anche in altre strutture, visto che nell’Area Vasta 2 sono presenti 50 residenze che ospitano circa 3mila anziani, molti dei quali non autosufficienti.

Siamo nel fronte più caldo dell’emergenza Covid-19 nelle Marche. Proprio nelle case di riposo sono divampati focolai che hanno fatto più di cento vittime su cui indagano le Procure di Macerata, Ancona e Pesaro. «Abbiamo apprezzato il grande lavoro degli operatori - assicura il team di Msf - hanno un’empatia unica verso gli anziani e una dedizione al lavoro che si vede raramente. Sono diventati dei veri familiari per gli anziani, visto che da oltre un mese le visite sono sospese. Ci sono i tablet per i contatti a distanza con i parenti, ma infermieri e oss sono gli unici a garantire il calore umano». Testimoniano certe immagini, come quella che sul sito di Msf mostra schermando il volto un anziano ospite della casa di riposo Mastai Ferretti di Senigallia che stringe la mano guantata di un’operatrice, mentre sopra il letto, fissata all’asta per le flebo, veglia la foto di sua moglie. «Hanno fatto davvero tutto il possibile per rispondere all’epidemia con i dispositivi di protezione a disposizione», riconoscono gli specialisti di Msf.
Il problema della carenza di mascherine e camici, tute e occhiali, è stato segnalato spesso da operatori e gestori delle case di riposo.

Anche all’Opera Pia Mastai Ferretti, dove il virus s’è insinuato verso la metà di marzo e ha infettato 41 ospiti, due dei quali morti, e 8 operatori. Lì il team di Msf ha indicato le procedure migliori da adottare e formato il personale per arginare il contagio. «È un problema generalizzato, non è che i dispositivi di protezione non ci siano proprio - ha notato Fabbri nelle strutture visitate nelle zone di Senigallia, Fabriano, Ancona e Jesi - ma l’approvvigionamento procede a singhiozzi, per una settimana ne hanno a sufficienza, quella dopo non si sa». Per questo i professionisti i Medici senza frontiere, abituati a ristrettezze ben peggiori, oltre a spiegare come utilizzare dispositivi anti-contagio, insegnano anche a non sprecarli. «Ad esempio limitando al minimo i passaggi tra una zona che chiamiamo sporca, con ospiti infetti, e un’altra pulita».

Isolare gli ambienti è molto più difficile in una residenza per anziani che in ospedale. «Gli operatori delle case di riposo - spiega Barbara Maccagno, responsabile medico dei progetti Msf nelle Marche - hanno dovuto reinventarsi il modo di lavorare. Le loro strutture non sono ospedali, ma ambienti dove le persone devono essere accudite a stretto contatto perché non più autonome. C’erano stanze comuni per mangiare, guardare la tv. Tutto da rivedere». Perché a marzo è arrivata l’onda anomala del virus e dagli ospizi non si poteva scappare. «Ci siamo trovati davanti a una valanga che ci ha sormontato», prova a rendere l’idea Noemi Olivetti, caposala alla Mastai Ferretti, 240 ospiti, 90% non autonomi. «Ci abbiamo messo tutto, anima, corpo e cuore - parole di Marta, infermiera - ma la collaborazione di Medici senza frontiere è stata una mano santa». 

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