Amatori: «Una classe dirigente e imprenditoriale poco creativa e senza spirito di conquista»

Venerdì 22 Gennaio 2021 di Lucilla Niccolini
Amatori: «Una classe dirigente e imprenditoriale poco creativa e senza spirito di conquista»

Persa la corsa per diventare Capitale della Cultura 2022, Ancona cerca di ritrovare la sua leadership perduta. I suggerimenti di cinque tra politici e docenti universitari.

Docente di Storia economica alla Bocconi, il prof Franco Amatori è anconetano purosangue, figlio di un imprenditore marittimo.
Professore, perché Ancona non spicca quel salto per imporsi a livello nazionale, né politicamente, né sul fronte dell’economia reale? 
«Trovo che la causa si possa ravvisare in una particolare tendenza ad adattarsi al trend, piuttosto che a cavalcare l’onda dell’innovazione. Ancona sa cogliere alcune occasioni che di volta in volta si affacciano dall’estero. Ma raramente ne crea autonomamente».

 

Mancanza di visione? 
«E di un certo “particularismo” della classe dirigente, da cui consegue la mancanza di spirito collaborativo. La vera partita economica si gioca sulla competizione, ma anche sulla cooperazione. E c’è un altro elemento di rilievo».
Dica pure...
«Da noi è sempre mancato un vero imprenditore di stampo “schumpeteriano”».
Ci spieghi cosa significa. 
«Joseph Schumpeter è stato un economista austriaco che ha teorizzato il vero imprenditore della modernità: uno che si lancia nell’impresa, spinto non solo dal desiderio di guadagno, ma dal bisogno della conquista. Uno che fa le cose per il piacere di farle. E che tiene ben presenti i cinque capisaldi dell’innovazione - nuovo prodotto, nuovo processo, nuovo mercato, nuove materie prime e nuova organizzazione – nel battersi contro tutti per affermare la sua visione».
Una missione? 
«Anche. In cui coinvolgere però anche l’intera comunità. E torna il tema della cooperazione, della condivisione degli ideali con la società in cui si opera».
Qualche esempio? 
«Adriano Olivetti. E, per citare un marchigiano, Enrico Mattei. Ad Ancona non ce ne sono. Neanche mio padre Primo ha mai avuto questa visione».
Secondo lei, questa impostazione manca anche nell’imprenditoria culturale? 
«Questo potrebbe essere un campo in cui Ancona saprebbe dire qualcosa di nuovo, mobilitando, oltre che i tanti giovani che progettano e operano in questo settore, anche esperti con competenze vaste e profonde». 

 

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