Con il freddo giusto il finocchio si prende i mercati nazionali. Nelle Marche le maggiori coltivazioni sono tra il Maceratese e il Fermano

In crescita la produzione e una qualità che viene riconosciuta

Con il freddo giusto il finocchio si prende i mercati nazionali. Nelle Marche le maggiori coltivazioni sono tra il Maceratese e il Fermano
di Véronique Angeletti
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Giovedì 6 Gennaio 2022, 10:17

ANCONA - Quotazioni in aumento per il finocchio. In alcuni punti vendita il prezzo al chilo tocca i 3,10 euro. Colpa delle piogge che hanno martoriato il sud Italia e distrutto una produzione molto sensibile agli andamenti climatici. Oggi, è il Centro Italia che risponde alla domanda, in particolare, la nostra regione che sta riscoprendo non solo le potenzialità economiche dell’ortaggio ma anche le lettere di nobiltà del finocchio coltivato nelle Marche di cui la Coldiretti stima la produzione in 46mila quintali/anno.

 
Clima-dipendente
Oggi, la zona vocata si trova tra il Fermano e il Maceratese. È lì che si concentra la maggior parte dei 130 ettari coltivati. Una delle specialità dell’azienda agricola di Paolo Froccani. Dal 2004 guida l’azienda fondata a Morrovalle dal padre Giancarlo e, come da tradizione, dedica una porzione dei 25 ettari alla sua coltivazione. «Stanno andando a ruba – conferma – e, questa volta, ad un prezzo dignitoso per noi agricoltori». Ricompensa la difficoltà di questa coltura che ha una resa tra 200 e 400 quintali all’ettaro. «Non è male tutto sommato – commenta – ma il problema è la sua eccessiva dipendenza dall’acqua. Se manca, il prodotto “va in cima” o diventa spugnoso, se piove troppo allora marcisce e, se gela, si macchia subito». Grave handicap per un ortaggio che il consumatore moderno esige rotondo, panciuto, bianco e tenero. «Caratteristiche tipiche del finocchio che noi chiamiamo “femmina” – ironizza Paolo – mentre si scartano i “maschi”, i bulbi dalla forma più piatta seppur siano altrettanto saporiti». Anche i cugini Vittorio e Gianmario Menatta, sempre di Morrovalle, dedicano parte della loro azienda agricola alla coltivazione del finocchio. Programmando un trapianto scaglionato, sono in grado di rifornire il mercato otto mesi su dodici. «Ad inizio luglio – racconta Gianmario – facciamo il primo trapianto e raccogliamo a metà settembre. L’ultimo raccolto ad inizio maggio e non andiamo oltre». Lo stop è imposto dal sapore. È richiesto un ortaggio dal gusto dolce che si ottiene con le temperature fredde. «Pertanto, produrlo d’estate nella nostra area ci farebbe raccogliere un finocchio buono ma amaro e, quindi, meno gradito al palato. Di fatto si produce ad Aquila nell’Avezzano». Terre molto simili a quelle dell’alto maceratese che potrebbero trasformare le Marche nella regione del finocchio tutto l’anno. 


Finocchio storico
Un’idea che ha una concreta dimensione economica in un Europa dove l’Italia è leader del “foeniculum vulgare dulce”. L’ombrellifero, parente del sedano e della carota, è considerata una vera eccellenza del made in Italy. «Se una volta rappresentava l’85% del mercato globale – precisa l’agrotecnico Gianpaolo Crescenzi – da diversi anni il finocchio italiano ha raggiunto in alcune annate anche il 95%. Solo adesso Spagna e Germania ci stanno investendo». Un trend in crescita in cui le Marche possono facilmente essere protagoniste. «Attualmente, nell’export, la sua quota è del 9% ma potrebbe conquistare ancora più spazio forte della bella reputazione di questa pianta». Una nomea che fa parte della storia del commercio ortofrutticolo. L’ortaggio proveniente dalla valle dell’Aso, del Chienti e del Potenza era ritenuto così tenero e pregiato che, già ad inizio secolo, lo si spediva via treno al Nord. Non a caso, a tutela della biodiversità, il finocchio Valle Regina è stato repertoriato negli anni ‘80 dall’Assam nella banca dati regionale. Un altro asso in grado di dare un’identità verace al finocchio made in Marche. 

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