Giancarlo Sagramola: «Indagato e mai sotto processo ma mi avevano già condannato. Resti alla gogna fino all’ultimo»

Martedì 12 Ottobre 2021 di Martina Marinangeli
Giancarlo Sagramola: «Indagato e mai sotto processo ma mi avevano già condannato. Resti alla gogna fino all ultimo»

ANCONA - Giancarlo Sagramola, ex sindaco di Fabriano, quando era presidente del Parco del Conero, tra il 2003 ed il 2005, è incappato in un’accusa di abuso d’ufficio per un presunto abuso edilizio legato alla concessione di permessi per i lavori di costruzione di una villa sopra la spiaggia dei Sassi Neri a Sirolo, in provincia di Ancona: come è andata? 
«Si è dimostrato che non c’era abuso edilizio. Nei miei confronti non hanno neanche aperto un procedimento, né sono stato rinviato a giudizio. Come ho sempre detto, avevo cinque pareri favorevoli da parte di altrettanti uffici tecnici (tre del comune di Sirolo e due dei miei uffici), delle commissioni, della giunta. Se non avessi autorizzato l’operazione, avrei fatto omissione di atti d’ufficio».

 
Come ha vissuto l’accusa?
«È stata dura. Ho chiesto di essere audito, ho scritto al presidente del Consiglio superiore della magistratura ed alla Procura di Pescara. Nei miei confronti non è stato eccepito nulla. Poi però, vai ad una sagra nella tua città e trovi chi ti dice “Giancarlo ti sei fatto la casa sul Conero?”: è questo alla fine il messaggio che è passato. Mia zia mi chiamò per sapere se fosse vero ciò di cui mi accusavano. Difendermi da quella visione distorta dell’accaduto: è stata questa la cosa più difficile per me. In pratica ero già stato condannato».


L’abuso d’ufficio spesso viene visto dagli amministratori come un cappio che ne limita l’operatività e l’attività ordinaria: condivide? 
«Sì, per esempio nei momenti di emergenza. Un sindaco deve fare ciò che va fatto: se si deve chiudere una strada, va chiusa; se c’è da demolire un fabbricato perché pericolante dopo un terremoto, lo si demolisce. Sono interventi d’urgenza immediata, che a volte possono innescare le questioni legate all’abuso d’ufficio. Ma il problema vero è un altro».


Cioè?
«È un’indagine, non una condanna. Ed invece lo diventa: nel caso della vicenda al Parco del Conero, del mio avviso di garanzia per abuso d’ufficio l’ho saputo prima dalla stampa. È diventato una condanna». 


Pensa che il reato di abuso d’ufficio andrebbe riformato? E se sì, in che modo, a suo avviso?
«Intanto, quando si sceglie di fare il sindaco, ci si assumono delle responsabilità, e quando c’è da fare qualcosa, come dicevo prima, va fatta, indipendentemente da quelle che poi possono essere le eventuali indagini da parte della Procura. È il loro lavoro. Il problema è come poi si connota la visione dell’abuso d’ufficio. Finché non è documentata la tua estraneità alle accuse, sei sotto la gogna e ti senti impedito nel fare le cose. L’indagine ci può stare, ma magari sarebbe il caso non diventasse pubblica».


Cosa ne pensa dell’ipotesi di abrogazione del reato di abuso d’ufficio, di cui si sta discutendo in questa fase? 
«Non so se vada abolito. Penso che, ad oggi, il reato di abuso d’ufficio sia stato gestito in modo non corretto. È un reato che è possibile commettere: ci sono condanne in questo senso. Il problema è nella gestione che se ne fa: un’operazione alla fine si rivela magari corretta, ma già per il fatto di essere indagati si viene subito bollati come colpevoli».


Dunque qual è la sua opinione in merito?
«Credo che la norma vada aggiustata, ma il grave problema è come questa cosa viene gestita da parte degli organi inquirenti».

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