Edilizia in subbuglio. «Scuole sì, case private no ma i rischi sono gli stessi. Perché non lavorare tutti?»

Martedì 28 Aprile 2020 di Mauro Giustozzi
Un cantiere

MACERATA - Imprese edili pronte alla ripartenza ma serpeggia tanta delusione per lo slittamento dell’apertura dei cantieri privati al 4 maggio, che sono la maggioranza soprattutto nelle aree del post terremoto, e preoccupazioni per le norme che equiparano la malattia professionale all’infortunio sul lavoro in riferimento al Covid 19. Da ieri sono ripartiti i cantieri pubblici legati a lavori per carceri, scuole, presidi sanitari, case popolari e per la difesa dal dissesto idrogeologico. Solo dal 4 maggio sarà la volta dei cantieri privati. 
«L’edilizia è stata presa in considerazione dal governo da pochi giorni - afferma Carlo Resparambia, presidente Ance di Confindustria - dopo che siamo stati ignorati per settimane nonostante avessimo chiesto a più riprese di poter riaprire i cantieri in sicurezza. Considerate che, con l’indotto, il settore edile produce il 22% del pil nazionale e trascina dietro la bellezza di 28 settori che si sarebbero rimessi in attività. Invece ci viene detto che a partire sono solo i cantieri pubblici e per i privati bisogna attendere. Eppure tutte le nostre aziende si sono attrezzate, pur nelle difficoltà di reperimento, per venire incontro a quelle che sono le necessità di sicurezza previste dal protocollo: siamo pronti per ricominciare un lavoro che, commisurato ad altri visto che spesso si fa all’aperto, presenta minor rischi. Poter riaprire i cantieri sarebbe stato necessario anche per la particolare condizione della nostra provincia alle prese con una ricostruzione post sisma che è già in ritardo». 
Imprenditori edili che temono molto i rischi legati a quei dipendenti che si dovessero ammalare di coronavirus. «Aver equiparato la malattia professionale scaturente da contagio di Covid 19 ad infortunio sul lavoro – afferma Resparambia - con tutte le implicazioni civili e penali che ne conseguono è una situazione ostativa che fa anche immaginare a tanti colleghi di non riaprire più le proprie ditte per i rischi che questo comporta». Su una forte critica all’operato governativo si attesta anche la Confartigianato per questa confusione nella riapertura a tappe dei cantieri. «Premetto che l’edilizia è un settore certamente meno contagioso di tanti altri – afferma il responsabile Pacifico Berrè -: poi l’apertura dei cantieri pubblici e non gli altri che significa? Perché i privati no, che differenza c’è tra costruire una scuola e una casa privata? Anzi, dico io, nella ricostruzione post sisma abbiamo cantieri piccoli dove non c’è assembramento di lavoratori. Si sarebbe dovuto riaprire prima dai piccoli cantieri ai più grandi, non come si è fatto. Abbiamo tante ditte che se non lavorano chiudono, testimonianza ne è le proteste che io stesso oggi ho ricevuto dagli associati che non ce la fanno più a restare fermi. Le aziende sono pronte, si sono attrezzate come richiesto, ma non possono più attendere». Nella Cna sono 700 le imprese edili associate che attendono di poter tornare al lavoro. «Ci stiamo riorganizzando anche con videoconferenze per i nostri associati – dice il responsabile del settore, Ndricim Popa- ma è chiaro che siamo in ritardo e la riapertura solo dei lavori pubblici è penalizzante per tante imprese che operano con i privati, in particolare nella ricostruzione post sisma. Diciamo pure che tra gli edili c’è tanta paura per le conseguenza che potrebbe avere riscontrare un caso di coronavirus in cantiere, con la chiusura e la responsabilità in capo alla proprietà». 

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