Giovane inglese rapito. Il giudice: «Nessuna messa in scena: il sequestro era autentico»

Venerdì 22 Ottobre 2021 di Benedetta Lombo
Sam Kourosh Patrick Demilecamps

MONTE SAN GIUSTO - Contraddizioni, accuse reciproche, versioni ritenute in alcuni casi «macroscopicamente inverosimili» e zone d’ombra. C’è tutto questo nel sequestro di Sam Kourosh Patrick Demilecamps, il londinese 25enne segregato e seviziato nell’appartamento di via Carducci per circa otto giorni da quattro giovani, tra i 18 e i 22 anni.

 

Una vicenda al centro di ulteriori approfondimenti da parte dei carabinieri del Ros e del comando provinciale. A sollevare perplessità su alcune circostanze è stato lo stesso Gip Giovanni Maria Manzoni nell’ordinanza di convalida dell’arresto dei quattro presunti sequestratori: Rubens Beliga Gnaga, 18 anni di Monte San Giusto; Dona Conte, 22 anni, Ahmed Rajraji, 21, e Aurora Carpani, 20, tutti e tre di Montegranaro. Che il sequestro sia stato reale (e non frutto di una messinscena come ipotizzato inizialmente da qualcuno) per il giudice è fuori dubbio, il 25enne era apparso «provato e denutrito, emotivamente sofferente, con visibili escoriazioni e lividi», aveva vistose abrasioni al costato, alle ginocchia e alla spalla, circostanze incompatibili con il clima amicale raccontato dagli indagati. 

Le due versioni, quella della vittima e quella (o piuttosto quelle) degli indagati sono queste: Demilecamps, arrivato in Italia il 4 giugno per una lunga vacanza, aveva riferito di aver conosciuto a Civitanova tramite una persona (il quinto complice da identificare) Rajraji e Gnaga. Il 6 ottobre il giovane ancora senza un nome lo aveva contattato per proporgli di vedersi a Firenze, all’incontro Demilecamps si era presentato con un amico, ma era stato subito aggredito da Gnaga, Conte e Rajraji, mentre l’amico era fuggito e il quinto uomo stava a guardare. Stordito con un taser e uno spray al peperoncino era stato caricato su un’Audi e portato a Monte San Giusto, nella casa dove vive Gnaga e lì sottoposto a sevizie (pugni, scariche di taser, colpi con fucile softair e tentativi di annegamento nella vasca da bagno).

Per la liberazione i sequestratori gli avevano chiesto 7.000 euro e tramite amici il londinese era riuscito a consegnare 1.500 euro. Il 10 giugno era riuscito a contattare i genitori dicendo che era stato rapito da una banda di criminali che chiedeva 6.000 euro di riscatto per un debito pregresso. Conte e Gnaga invece avevano detto di aver conosciuto il londinese questa estate e di avergli prestato ingenti somme perché lui aveva la carta di credito bloccata e comunque poteva restituire le somme perché la sua era una famiglia facoltosa. Il londinese però, dicono i due, si era allontanato senza saldare il debito e loro erano andati a Firenze a riprenderlo. I due hanno detto di averlo convinto a tornare nelle Marche e lo avevano “ospitato” in casa. Qui poi i particolari divergono: Conte ha riferito che il 25enne era stato incatenato dopo che aveva provato a fuggire, Gnaga, poco prima che facessero irruzione i carabinieri, ma comunque senza mai usare violenza. Poi ci sono Carpani e Conte, i due fidanzatini, lei ha detto di non sapere che in casa di Gnaga ci fosse l’inglese, ma a smentirla è stato lo stesso fidanzato che agli inquirenti ha detto che lei “sapeva che Sam era in quella casa”.

Per il Gip quel clima amicale descritto dagli indagati è «macroscopicamente inverosimile» viste le condizioni in cui è stato trovato Demilecamps, è invece da approfondire l’aspetto del riscatto chiesto, 6 o 7.000 euro infatti, appare una somma anomala per il classico sequestro a scopo di estorsione, così come appare inverosimile che dei ragazzi dai redditi modestissimi possano aver prestato somme così importanti al londinese. A tale proposito per il Gip è più credibile la versione della vittima, ovvero che la somma richiesta aumentava di giorno in giorno. Un’altra zona d’ombra, sempre secondo il giudice, è rappresentata dal fatto che il londinese pur dichiarando una situazione patrimoniale florida viaggiava in treno e una volta in autobus perché era meno caro e frequentava persone di cui conosceva solo i soprannomi e «in odore di attività illecite». Le indagini, dunque, proseguono, gli indagati sono difesi dagli avvocati Vando Scheggia, Irene De Simio, Levino Cinalli e Umberto Gramenzi.

 

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