Il legale di uno dei carcerieri del giovane inglese: «È la prima volta che i rapitori danno un telefonino all’ostaggio»

Lunedì 18 Ottobre 2021 di Daniel Fermanelli
Sam Kourosh Patrick Demilecamps

MONTE SAN GIUSTO - «Nel racconto del giovane inglese ci sono tanti aspetti poco chiari. È in assoluto la prima volta nella storia che i carcerieri mettono a disposizione il cellulare alla persona sequestrata». L’avvocato Marco Fabiani, difensore di Aurora Carpani, passa al contrattacco. La sua assistita - 20 anni, residente a Montegranaro - è tra i quattro giovani arrestati per il rapimento del 25enne inglese Sam Kourosh Patrick Demilecamps, rinchiuso per otto giorni in un appartamento a Monte San Giusto. A liberarlo, mercoledì scorso, i carabinieri del Ros e del Reparto operativo di Macerata. 

 

 

Sono attualmente ai domiciliari, oltre a Carpani, il marocchino Ahmed Rajraji, 21 anni, il guineano Dona Conte, 22, anche loro residenti a Montegranaro, e Beliga Gnaga, 18 anni, cittadino italiano domiciliato nell’appartamento di via Carducci teatro del sequestro. Gli avvocati, dopo l’udienza di convalida degli arresti, stanno definendo la strategia difensiva. Il legale Fabiani sottolinea alcuni punti di una vicenda molto controversa. «Innanzitutto ribadisco un concetto: Carpani è totalmente estranea ai fatti».

E poi una riflessione. «Non posso negare la stranezza del comportamento del giovane inglese. È quantomeno insolito che un ragazzo, a 24 ore dalla liberazione, passeggi per il centro storico di Macerata e frequenti i pub in maniera assolutamente tranquilla nella serata della movida, superando lo choc di un sequestro di persona con tutta questa facilità. Mi sarei aspettato che sarebbe salito subito sul primo aereo disponibile per Londra per tornare dalla sua famiglia». Gnaga durante l’udienza di convalida davanti al Gip Manzoni ha detto che è stata tutta una messa in scena. Tesi che gli investigatori ritengono inverosimile. Quello dei carabinieri è stato un vero e proprio blitz e i giovani non avrebbero avuto il tempo materiale per organizzare una farsa. Tra l’altro il 25enne, all’arrivo delle forze dell’ordine, era spaventato, denutrito e infreddolito: ha chiesto una coperta ed è stato rifocillato in caserma.

«La versione della simulazione? Non ho elementi per esprimermi - prosegue l’avvocato Fabiani -. Ma la pochezza della somma del riscatto fa propendere per l’ipotesi di una realtà dei fatti diversa da quella raccontata dal giovane inglese. Ci sono altre questioni che voglio sottolineare: il ragazzo non era ammanettato a un termosifone o a una struttura fissa ma a una scaletta solitamente usata per raggiungere le parti alte dell’armadio. Tra le tante stranezze, il fatto che la vittima avesse a disposizione il cellulare usato per mandare la geolocalizzazione alla famiglia. Lo ripeto: mai visto carcerieri che danno il telefono alla vittima di un rapimento. Bisognerebbe vedere quante telefonate sono state effettuate con quello smartphone». Gnaga invece è assistito dall’avvocato Irene Di Simio. «La tesi della messa in scena è credibile - dichiara il suo difensore -. Questi ragazzi sono stati insieme tutta l’estate, erano amici». 

Da ieri ad occuparsi della vicenda giudiziaria c’è anche il legale Vando Scheggia, nominato da Rajraji. «Sono stato incaricato da pochissimo tempo e conosco i fatti solo per quanto letto sulla stampa. Ma una riflessione voglio comunque farla. Il reato che viene contestato prevede una pena minima di 25 anni e una massima di 30. La giustificazione di una pena così elevata è storicamente legata agli anni ‘70 e ai primi anni ‘80, quando l’Italia era infestata dalle anonime sequestri sarda e calabrese. Solo per fare un esempio, in tanti ricorderanno i rapimenti di De Andrè, Dory Ghezzi o Paul Getty. L’attività di queste bande era molto redditizia e lo Stato rispose in due modi: pene altissime e blocco dei beni alla famiglia della persona rapita». 
 
«Questa severità - prosegue Scheggia - c’è solo nei casi di sequestro di persona finalizzato all’estorsione, mentre nei casi di sequestro di persona semplice chi viene condannato può cavarsela con un anno di reclusione con la condizionale. All’epoca era stata adottata una strategia con leggi speciali di fronte a un’emergenza del nostro Paese che era del tutto speciale. Da 30 anni i sequestri non si fanno più e qui siamo in un contesto di ragazzini. In Italia alle situazioni eccezionali si risponde con leggi eccezionali, poi le situazioni eccezionali passano ma le leggi rimangono. Come detto, della vicenda giudiziaria di Monte San Giusto ancora so ben poco, ma non mi pare che sia un caso regolabile con una pena minima di 25 anni. Qui siamo di fronte all’attività scriteriata di un gruppo di ragazzi».
 

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