L'omicidio di Pamela. I giudici: «Il movente di Oseghale è lo stupro. C’è chi doveva prendere i trolley?»

Sabato 16 Gennaio 2021 di Benedetta Lombo
Innocente Oseghale

MACERATA - «La pronuncia della Corte d’Assise di Macerata è esente da censure di sorta e da quelle sollevate con l’atto di appello e va integralmente confermata». Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise di Appello di Ancona nelle motivazioni, depositate giovedì scorso, della sentenza di secondo grado emessa nei confronti di Innocent Oseghale il 16ottobre scorso, con la quale avevano confermato la condanna di primo grado: l’ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi per l’uccisione di Pamela Mastropietro, la 18enne romana violentata e fatta a pezzi il 30 gennaio del 2018. 

 

 

In 154 pagine i giudici ripercorrono lo svolgimento del processo per poi passare alle eccezioni sollevate dai difensori del nigeriano, gli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi. Nel motivare punto per punto le singole questioni evidenziano «la serietà e la professionalità» dei consulenti tecnici nominati dal procuratore Giovanni Giorgio, il tossicologo Rino Froldi e il medico legale Mariano Cingolani che «benché già i risultati ottenuti fornissero elementi sufficienti per addivenire alla sicura esclusione della morte per overdose, hanno cercato altre conferme, che non sono mancate e che blindano definitivamente le loro conclusioni in un contesto di granitica certezza». In merito alle due ferite all’altezza del fegato che per la difesa erano state inferte durante le operazioni di depezzamento i giudici dorici evidenziano il loro «ruolo determinante nella causazione della morte». Per i giudici Oseghale aveva una «precisa e persistente volontà di uccidere», riscontrabile anche nel «mancato intervento di soccorso, deliberatamente negato» e nella «successiva attività di distruzione del cadavere con le modalità già più volte evidenziate che nessun altro scopo potevano avere che quella di eliminare le tracce di un crimine. Oseghale - aggiungono - non ha mai perso la sua fredda lucidità, neppure nel porre in essere gli atti più macabri, né ha mai compiuto nessuna azione a caso, quanto meno, almeno all’apparenza, fino a quando non ha lasciato le valigie in strada, condotta quest’ultima che comunque non è escluso che abbia avuto una sua finalità che l’imputato si è guardato bene dal rivelare. Qualcuno, forse quel qualcuno con cui a lungo e concitatamente ha parlato nel tragitto sul taxi di Patrick Tchomchoue (mentre Oseghale stava andando a Casette Verdini per abbandonare i trolley con dentro i resti della vittima, ndr) che riferiva della per lui incomprensibile telefonata in inglese, avrebbe dovuto andare a prenderle? Lo stesso Oseghale si riprometteva di tornare per darne una definitiva destinazione, magari dopo aver placato le ire della compagna che, subodorando un tradimento, lo stava tempestando di messaggi e di telefonate, che inevitabilmente lo avevano innervosito?». 

Per la Corte il movente dell’omicidio sarebbe proprio la violenza sessuale: «Il dissenso che Pamela ha manifestato ha determinato la reazione violenta di Oseghale, che ha inferto le due coltellate letali alla ragazza». È plausibile un «gesto estremo della uccisione di colei che con una denuncia per violenza sessuale avrebbe determinato la fine di tutti quei privilegi di cui l’imputato fino a quel momento godeva: il sostegno, anche economico, delle associazioni che si occupano degli immigrati, i guadagni neppure tanto irrisori dell’attività di spaccio di droga che Oseghale svolgeva a pieno titolo, in una posizione neppure collocabile al gradino più basso della filiera distributiva dello stupefacente, la relazione con figli con una cittadina italiana, che gli assicurava una stabilità sul territorio nazionale anche a prescindere dai dinieghi alle istanze di asilo politico subiti negli anni di permanenza in Italia. Non vi è spazio alcuno per un movente diverso da quello sessuale».

 

 

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