Il presidente dell'associazione Red Raffaele Daniele: «Da bambino sognavo di fare il missionario»

Il presidente dell'associazione Red Raffaele Daniele: «Da bambino sognavo di fare il missionario»
Il presidente dell'associazione Red Raffaele Daniele: «Da bambino sognavo di fare il missionario»
di Valentina Berdozzi
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Domenica 31 Marzo 2024, 04:30 - Ultimo aggiornamento: 15:57

Tutto quello che ha un principio ha anche un termine perché, molto spesso, senza l’uno non ha senso neanche l’altra. Inizio e fine sono definitivamente concatenati tra loro, consequenziali, imprescindibilmente legati da quello che sta nel mezzo, che sia uno svolgimento, una vita o un film. Già, i film e i loro finali. Di titoli e trame, Raffaele Daniele ne ricorda tante nella sua vita, soprattutto di quelle pellicole trasmesse in tv quando era bambino: sono però i finali a mancargli, in ricordi monchi che oggi strappano un sorriso.

I ricordi

«Sono nato nel 1961 e negli anni dell’arrivo dei televisori in casa ero solo un bambino - ricorda l’ex responsabile provinciale della polizia postale, ora in pensione, e attuale presidente dell’associazione Red (Rete educazione digitale) - all’epoca la mia famiglia non possedeva elettrodomestici e in tutto il quartiere della città di Apricena, in provincia di Foggia, dove sono cresciuto, c’era un solo signore che ne aveva e per me e i miei amici, i lunedì sera d’estate, casa sua diventava una vera e propria meta di pellegrinaggio.

Complice il forte caldo, il signore in questione molto spesso lasciava spalancata la porta di casa per far entrare un po’ d’aria ed era lì che ci appostavamo noi, pronti e puntuali per la visione. Scattata una certa ora, però, la porta veniva sbarrata e per noi il messaggio era chiaro: fine delle trasmissioni».

I film

«Il problema - prosegue - era che quasi mai, per l’ora della chiusura, il film era finito e ci toccava tornare a casa con l’amaro in bocca per una storia lasciata a metà e un inizio privo del suo finale. Sono decine i film iniziati e mai arrivati a conclusione che popolano la mia infanzia» chiosa. Quello che invece giungeva a compimento con puntualità era il divertimento che dominava i pomeriggi con i coetanei, «sotto casa o al massimo qualche metro più in là, perché da piccolo tutto si svolgeva in un raggio tre o quattrocento metri». Tanto bastava a Daniele e ai suoi amici per volare con la fantasia o «correre con in mano i cerchi di ferro che erano le vecchie guarnizioni delle ruote di legno dei carretti trainati dai cavalli fingendo che fossero il volante di automobili fiammanti: in corse sfrenate e rigorosamente a piedi, lungo le strade brecciate del quartiere, ci fingevamo piloti su circuiti famosi e ci lanciavamo in inseguimenti a perdifiato. Conservo un segno evidente di quei momenti: la cicatrice che campeggia oggi sulla mia fronte è un ricordo di una di quelle corse, finita a terra con la testa sul cerchio - ride -. Ricordo perfettamente il dolore e le lacrime, ma anche la certezza di non aver detto neanche una parolaccia: l’educazione rigida che mi hanno impartito i miei me lo impediva e io ero troppo preoccupato dalle loro punizioni per disobbedire e lasciarmi andare agli improperi». I ricordi e le emozioni si rincorrono a vicenda, più forti anche del ferro di quei cerchi. Oppure delle raggiere degli ombrelli, «quelli di una volta che smontati diventavano archi e frecce con cui fingersi indiani d’America e inseguirsi a vicenda». Nelle terre sperdute dei conquistatori, il sogno di avventurarsi era più che un gioco: «Ai tempi delle elementari, l’idea di fare il missionario e portare la parola di Dio nelle terre lontane era un sogno tangibile. Erano gli anni in cui mi avvicinai alla Chiesa, quelli in cui cominciai a frequentare l’oratorio in vista della Comunione e le testimonianze dei padri missionari ci giungevano con regolarità raccontandoci di grandi opere di pace e bene».

Il desiderio

«Si sviluppò allora quell’idea - spiega -, che mai più mi avrebbe abbandonato, di rendermi utile al prossimo e prodigarmi per la felicità altrui, di non starmene con le mani in mano ma di impegnarmi attivamente per la collettività dando il mio contributo - rivela -. Approdato alle medie e passata la fiammata religiosa, pur nella costanza dell’impegno attivo, cambiai rotta: fu allora che cominciai a sognare di entrare in polizia e servire la cittadinanza con impegno e devozione. La mia costituzione fisica minuta mi mise addosso tanti dubbi ma la forza di quella missione non venne mai meno e dopo il diploma come ragioniere, un semestre nei cantieri edili in attesa della cartolina verde, dopo il servizio militare e tre anni di lavoro come contabile, provai e vinsi il concorso per diventare un poliziotto. Fu il coronamento di un sogno, la consacrazione di un’idea di servizio e abnegazione che da sempre colora il mio mondo».

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