La consigliera regionale: «Io donna e disabile discriminata due volte. Da bambina ho anche subito molestie»

Martedì 9 Marzo 2021 di Nicola Paciarelli
La consigliera regionale Anna Menghi

MACERATA - «Essere donna è una circostanza per la quale non ho mai smesso di ringraziare, anche se, unita alla mia disabilità, costituiva una doppia ragione di discriminazione. Le pari opportunità sono realmente “pari” se danno a ogni individuo la possibilità di essere diverso. Mi auguro che con pari opportunità si intenda sempre più il dare a ciascun essere umano parità di accesso alle impalcature sociali del paese, tenendo conto di tutte le diversità. Non siamo uguali. Siamo diversi. Ci accomuna solo la nostra umanità e a quella dovremmo tendere quando ci apprestiamo a gestire la cosa pubblica».

 

 

In occasione della Giornata internazionale della donna, ieri 8 marzo, Anna Menghi, consigliera regionale della Lega ed ex sindaco, affida a una lunga lettera aperta una «riflessione più profonda sul senso di alcune questioni che mi stanno a cuore». 

Disabilità e discriminazioni, impegno politico, sociale e responsabilità, scioccanti vicende personali e ribellione caratterizzano la lettera, facendo emergere «la diversità come valore e opportunità. Ho sempre cercato di mettere da parte chi ero – scrive - per far emergere il ruolo che andavo a ricoprire. Sentivo così tanto il peso della responsabilità, da vedere solo ciò che avevo bisogno di dimostrare, oltre la gratitudine nei confronti di chi mi aveva dato fiducia e opportunità. Opportunità, che possono essere pari, ma anche dispari, purché portino al bene e aiutino a sviluppare la società. Se penso alla mia storia, le opportunità sono state, il più delle volte, dispari».

Menghi sfoglia le pagine della sua vita: «Da quando avevo sei mesi e contrassi la poliomielite, dopo aver fatto il vaccino, ho vissuto un’esistenza contrassegnata da disabilità evidente. Essere “disabile” in una terra di provincia come le Marche non era facile. Eppure oggi, che ho 58 anni e di vita ne ho cavalcata un bel po’, posso dire di aver trasformato quelle opportunità “dispari” in occasioni di crescita, in una condizione di partenza favorevolissima a comprendere prima i problemi degli altri. Certi sguardi di commiserazione e cattiveria ancora li porto dentro. Sono l’emblema del mondo che volevo e voglio cambiare, abiurando qualunque forma di discriminazione e ipocrisia». 

Menghi rivela che, da piccola, fu «oggetto di attenzioni “particolari” da parte di un amico di famiglia («per fortuna, non sono mai andate oltre»), che godeva della fiducia totale dei miei genitori e ha provato ad inculcarmi l’idea secondo cui, per la mia disabilità, nessun uomo mi avrebbe mai guardato e voluto, motivo per cui avrei dovuto accontentarmi di lui». 

Un’esperienza scioccante che ha provocato «vergogna, poi rabbia che si è trasformata in “fame” di essere qualcosa di più della mia disabilità. Ho sempre pensato alla realtà della condizione femminile come a un qualcosa cui dedicarsi a prescindere, impegnandosi in prima persona ogni giorno dell’anno. E l’ho fatto, accollandomi il peso di tante battaglie».

Menghi ricorda esperienze e figure fondamentali, la madre Teresa, l’Anmic, la Fimitic, la commissione regionale Pari opportunità, l’amica Carmen Mattei, fino al ruolo in Regione, e conclude: «C’è spazio per nuove proposte e c’è spirito per nuove battaglie. Se concepiamo le politiche di genere come uno strumento di omologazione neghiamo la differenza che c’è tra un uomo e una donna, tra individuo e individuo. Se non riempiamo tali politiche di contenuti che considerino le differenze una ricchezza, non solo non capiremo di cosa abbiamo bisogno per vivere, ma negheremo il diritto all’espressione della personalità di ciascun individuo».
 

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