Un’elegia di forme e colori tra abbracci e metamorfosi: le opere di Silvia Fiorentino alla Galleria Papini di Ancona

Un’elegia di forme e colori tra abbracci e metamorfosi: le opere di Silvia Fiorentino alla Galleria Papini di Ancona
Un’elegia di forme e colori tra abbracci e metamorfosi: le opere di Silvia Fiorentino alla Galleria Papini di Ancona
di Lucilla Niccolini
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Martedì 28 Maggio 2024, 07:20 - Ultimo aggiornamento: 13:54

«Se si abbraccia saldamente la poesia, ci si convince di poter uscire dall’infelicità senza fatica propria, con la gioia dell'abbraccio, in modo più reale che nella realtà». La frase che Kafka scriveva l’11 aprile 1909, in una lettera a Max Brod, può essere eletta a motto della mostra di Silvia Fiorentino, che si è inaugurata sabato alla Galleria Papini di via Bernabei 39 ad Ancona. È stata ricordata dal germanista marchigiano Vito Punzi, in una recente recensione, su pangea.news, di una nuova edizione dell’epistolario tra i due (Neri Pozza). E sembra perfetta per commentare la personale, intitolata “Poesia come misura dell’esattezza di vita”.

È stata presentata dallo storico dell'arte Marco Tarsetti, autore dello scritto che correda un originale catalogo. Di insolito formato, edito da Affinità Elettive, si può definire “libro d’artista”, pensato com'è da Silvia Fiorentino come parte integrante del progetto espositivo: applicata su ogni copertina, infatti, spicca una piccola piastra in ceramica, unica e irripetibile, in sintonia con la mostra.

Il percorso

Per spiegare il richiamo tra le opere esposte e la frase di Kafka, ci serviamo delle parole di Marco Tarsetti: «La mostra propone un percorso tra pittura e ceramiche, strutturato dall’artista intorno al tema della poesia. Il percorso inizia con una serie di acquerelli coloratissimi, realizzati appositamente per l’occasione, in cui viene risolto il tema dell’incontro. Rappresentano abbracci, baci e contatto fra corpi di ogni età, razza, genere, specie. Prosegue poi con sculture in ceramica, monocrome ai limiti del bianco, dove questi incontri evolvono, i corpi si trasformano in qualcos’altro, in una zona franca dove le identità si fondono per diventare altro.

Infine, si ritorna sull’acquerello, di formato diverso, nel quale ritroviamo, in poetica corrispondenza, le creature delle sculture, che si riappropriano del colore». Una “sinfonia in tre tempi”: così Tarsetti definisce questo nuovo ciclo, che rappresenta l’ennesima evoluzione della ricerca espressiva della Fiorentino.

È la sua conquista della libertà: libertà dai suoi personali condizionamenti, emozionali e culturali, che finora la trattenevano dal manifestare un’affettività prorompente. Gli abbracci, la cui varietà, nel suo immaginario, sembra non finire, possono essere interpretati, alla luce della frase di Kafka, come un’adesione sincera alla poesia, un “abbraccio” personale che l’ha finalmente convinta “di poter uscire dall'infelicità senza fatica propria, con la gioia dell'abbraccio, in modo più reale che nella realtà”.

Gli acquerelli

La gioia è quindi anche di noi spettatori, ammaliati da questo microcosmo di piccoli acquerelli, che Tarsetti definisce “elegie di colori e sentimenti”, in cui le creature sperimentano l’affettività dello scambio, mediato, per chi osserva, dalla finezza del tratto e dalla trasparenza dell’acquerello. Poi, il secondo “movimento” della “sinfonia dell'incontro” è rappresentato dalle sculture in terracotta, luminose, di due sfumature di avorio, in cui gli abbracci generano metamorfosi, come nei miti classici. I grandi acquerelli, infine, nel terzo movimento costituiscono la mimesi, la trasposizione bidimensionale e colorata di quelle magiche trasformazioni, “più reali della realtà”.

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