Lopalco, epidemilogo: «Un errore bloccare i voli solo nel nostro Paese»

Lopalco, epidemilogo: «Un errore bloccare i voli solo nel nostro Paese»
Lopalco, epidemilogo: «Un errore bloccare i voli solo nel nostro Paese»
di Mauro Evangelisti
5 Minuti di Lettura
Lunedì 24 Febbraio 2020, 06:52

«Il grave errore è pensare di cominciare a organizzare oggi gli ospedali per accogliere i pazienti con il coronavirus. Bisognava cominciare un mese fa, quando dicevamo che questo era un virus pandemico ma ci davano dei menagrami. Bloccare i voli con la Cina poteva funzionare solo se l'avessero fatti tutti i paesi europei. Ma anche in questo caso c'è stata una carenza di coesione dell'Unione europea». E poi c'è il tema delle metropoli: «Ora il rischio è che i contagi da coronavirus si diffondano nelle grandi città: segnerebbe l'inizio della fase epidemica vera e propria, che richiede misure mirate».

Pier Luigi Lopalco, professore di Igiene all'Università di Pisa. Come mai l'Italia è il paese europeo con il numero più alto dai contagiati?
«Il fatto che in Italia si siano scoperti questi focolai di coronavirus è di per sé positivo. Ovviamente è negativo che vi siano, ma sarebbe stato grave se non li avessimo individuati. E li abbiamo scoperti per un purissimo caso, per un finto paziente zero e grazie a un medico particolarmente illuminato, perché quella essere una comunissima, pur se molto grave, influenza. Da lì è partito tutto. Oggi sappiamo che c'è una zona dell'Italia in cui il virus è circolato in modo silenzioso. Chiedo: siamo sicuri che nelle nazioni vicine alla nostra il virus non stia circolando allo stesso modo in maniera silenziosa? Come mai è arrivato nel nord-est e non in Germania?».

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È stato un errore bloccare tutti i voli diretti con la Cina? In questo modo non abbiamo controllato chi arrivava da quel paese usando voli in triangolazione. Non sarebbe stato più utile mettere in quarantena chi arrivava dalla Cina?
«Potrebbe avere senso, ma non è facile da mettere in atto un'azione di questo tipo. Se sono un imprenditore del nord-est e torno dalla Cina, faccio di tutto per evitare la quarantena, magari atterro a Ginevra e poi arrivo in treno. Allora serviva un'altra cosa: tutti i paesi europei, tutti insieme, come hanno fatto gli Stati Uniti, avrebbero dovuto bloccare i voli e rallentare il virus».

Resta la domanda: perché gli altri paesi non hanno tanti casi come l'Italia?
«Due spiegazioni. La prima è che noi l'abbiamo scoperto, gli altri paesi ancora no. La seconda teoria è che il nord-est è una zona che ha traffici molto intensi con la Cina ed estremamente popolata, la densità è a livelli del Giappone. Ma se facessimo test a tappeto, come stiamo facendo noi, in Germania o in Spagna non si può escludere che uscirebbero più casi».

Ci dobbiamo preoccupare per le altre regioni d'Italia?

«L'Italia è stretta e lunga, non è la prima volta che un virus respiratorio arriva dal nord e si propaga verso il sud».
Come mai, dai dati conosciuti, non vi sono contagiati cinesi residenti in Italia?
«Nella comunità cinese la paura era molto più alta, non è escluso che loro abbiano preso molto seriamente questa minaccia. Certo, è un dato interessante, ma fare delle ipotesi in questa fase è un po' come giocare al lotto».

Quanto è grave non individuare i pazienti zero in Veneto e Lombardia?
«Qualora dovessero uscire dieci-quindici focolai, allora non avrebbe più una grossa importanza. Se invece ci sono pochi focolai, trovare il paziente zero ci aiuta a capire cosa è successo e a prevenire altri fatti analoghi. Se siamo a una terza generazione di casi, già originata da un unico paziente, è davvero complicato capirlo».

Dunque, ci dobbiamo aspettare che il contagio scenda verso sud.
«È molto utile dire a cosa dobbiamo prepararci. E dobbiamo prepararci al fatto che il virus sta circolando in Italia, la cosa importante, anche per tranquillizzare i cittadini, è dimostrare che i nostri ospedali, dal più piccolo al più grande, hanno chiare le idee su ciò che bisogna fare. Se so che l'ospedale vicino a casa ha le attrezzature, le conoscenze, conosce procedure per curarmi, io sono più tranquillo, perché questa è una malattia che, se trattata bene, può passare senza conseguenze».

Nell'80 per cento dei casi conosciuti si parla di sintomi lievi.
«Vero. Però il 20 per cento ha bisogno di assistenza, ed è questo su cui dobbiamo lavorare. Adesso è il momento in cui bisogna seguire ciò che ci dicono i professionisti della sanità, senza farsi prendere dal panico».
Dunque oggi dobbiamo prendere atto della malattia e cominciare a organizzarci.
«Ecco, qui c'è il problema: non dobbiamo cominciare ora, avremmo dovuto cominciare un mese fa quando tutti abbiamo detto che questo era un virus pandemico. Lo stiamo ripetendo, anche se ci hanno dato dei menagrami, dei pessimisti. Ma nella preparazione, bisogna prepararsi allo scenario peggiore».

Ma il livello di sacrifici, delle limitazioni, se troppo alto, non potrebbe creare più danni della diffusione stessa del virus?
«No, se sarà circoscritto nel tempo. Bisogna trovare un bilanciamento. Non vorrei essere nei panni del ministro o del presidente del consiglio. Però bisogna trovare un punto d'equilibrio».
 

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