Matthew McConaughey: «Sbronze, risse e un arresto. La mia vita è il miglior film che abbia mai interpretato»

Venerdì 30 Aprile 2021 di Ilaria Ravarino
Matthew McConaughey: «Sbronze, risse e un arresto. La mia vita è il miglior film che abbia mai interpretato»

Senza filtri. Senza corte. Senza il circo che segue come un'ombra gli uomini di Hollywood. Ma Matthew McConaughey non è un uomo di Hollywood. È un figlio del Texas, cresciuto a cinghiate e petrolio, maturato nelle commedie romantiche di Los Angeles e poi tornato a Austin, con un Oscar e una nomination all'Emmy in tasca (Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée e la prima stagione di True Detective), una moglie, tre figli e un piccolo impero che gli permette di fare, a 51 anni, praticamente ciò che vuole. Per esempio scrivere una biografia, Greenlights L'arte di correre in discesa (in Italia con Baldini+Castoldi) e promuoverla via Zoom, da solo, in uno dei suoi quattro camper a due passi dalla villa da sette milioni di dollari: «Questo camper l'ho chiamato Smithsonian, come il museo. Perché mi è costato un occhio della testa e fa tutto tranne che volare».

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I viaggi, le botte, le sbronze, il peyote: tutto vero nel libro?
«Al cento per cento. L'editore mi ha chiesto di valutare il rischio di scrivere alcune cose. Ho evitato solo i dettagli che avrebbero distratto l'attenzione».


Per questo non parla delle molestie subite da ragazzo?
«Esatto. Sarebbero diventate un titolo, facendo scadere il libro nel gossip. E io non ho voglia di fare questo genere di conversazioni».

 


Nel 1999 fu arrestato: suonava nudo fumando erba. La Hollywood di oggi la perdonerebbe?
«Bisogna ristabilire la linea del buonsenso, stiamo esagerando. La maggior parte delle cose che stavo facendo era perfettamente legale. Ero in casa mia. E poi suonare i bonghi nudi fa bene allo spirito, lo consiglierei a chiunque».


Bianco, macho e texano. Non si sente fuori posto nella Hollywood inclusiva?
«Le pari opportunità servono, non ci piove. Ho solo un dubbio: che succederà quando mi diranno che non potrò fare un certo ruolo perché non sono ebreo, o non sono omosessuale? A volte mi chiedo se questa battaglia per l'inclusione non finirà col generare ulteriore esclusione. Sono preoccupato».


Ha amici a Hollywood?
«Woody Harrelson. Non mi ricordo come ci siamo conosciuti perché purtroppo ha il vizio di versarmi da bere. Woody è uno che non ti viene a trovare bussando alla porta: è il tipo che entra dal retro, dal camino, rompe una finestra e non si presenta da solo. Mi fa sentire giovane. Con lui ho fatto una delle più belle serie in circolazione, True Detective, praticamente una vacanza».


L'anno prima ha vinto l'Oscar, battendo Leonardo DiCaprio. Ne avete mai parlato?
«Leonardo è bravissimo, ma non lo conosco abbastanza bene per poterci scherzare su. Le battute sugli Oscar le fai con gli amici. Il mio lo tengo in cucina, è là per la famiglia».


True Detective, l'Oscar, e poi? Cosa è successo?
«È successo che ho fatto film che non sono andati bene al botteghino. Ma non mi pento di nulla. Se fossero gli ultimi ruoli della mia carriera, sarei felice».


Non le importa più di incassare?
«Non è che non mi piaccia. Ma non è la mia priorità. E poi oggi il box office dipende da un mucchio di cose: il personaggio, la storia, il marketing, l'uscita in sala, la concorrenza. E il clima del paese».


Che clima si respira negli Stati Uniti?
«La competizione politica è diventata una lotta nel fango, la gente è bombardata da cattive notizie. Il mio libro è uscito nel momento giusto: le persone vogliono essere incoraggiate, avere esempi positivi».


È vero che vuole fare politica?
«Ci sto pensando. Credo che nel mio futuro ci sia un ruolo da guida, ma non so in che campo. La politica in questo momento lancia messaggi confusi. La democrazia non può consistere nel sostenere un solo partito, delegittimando le posizioni degli altri: per fare davvero politica oggi bisognerebbe cancellare tutto il sistema e ricominciare da capo».


Si può lavorare a Hollywood senza essere democratici?
«È un problema che andrebbe risolto. I democratici non sono gli unici a essere intellettuali ed empatici, così come i conservatori non sono gli unici a essere patrioti. A Hollywood, in generale, servirebbe più lucidità e meno partigianeria».


Cinquant'anni: ha paura di invecchiare?
«Sono vanitoso e mi curo. Mi preoccupo per la stempiatura, mi metto le creme, faccio esercizi ogni giorno. Non mi va di diventare vecchio, ma se mi chiedessero di tornare indietro nel tempo non lo farei».


Che obiettivi ha adesso?
«Vorrei diventare il migliore amico dei miei figli. Scrivere un altro libro, magari. Ed essere il miglior regista possibile del più grande show che abbia mai interpretato: la mia vita».

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