L'ex sindaco Nicola Loira: «Gli amici, piazza Torino e la vittoria ai Mondiali»

L'ex sindaco Nicola Loira: «Gli amici, piazza Torino e la vittoria ai Mondiali»
di Valentina Berdozzi
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Domenica 3 Dicembre 2023, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 11:19

Dentro il concetto di perimetro può trovare il suo spazio tanta parte di vita. Perché il perimetro accoglie, delimita, sancisce chi sta dentro e chi sta fuori, comprende, abbraccia, tiene al sicuro ciò che custodisce al suo interno. Dentro ci sono persone, case, attimi e ricordi: c’è una vita intera brulicante di passione, di un’infanzia spesa all’aria aperta a giocare con gli amici di sempre, «da figlio unico atipico»; c’è il mare, la spiaggia dell’ex Moby Dick, il Bar degli Amici, la scuola media Nardi, Piazza Torino e la Pineta Salvatori. Dentro quella linea immaginaria che si arrestava nella sua Porto San Giorgio nord, a ridosso di casa sua e dell’estremo limite settentrionale che rappresentava, l’ex sindaco Nicola Loira riconduce angoli, frammenti, pezzi di una città che - ammette orgoglioso - è cresciuta con lui, vissuta simbioticamente e scoperta centimetro per centimetro, con gli amici di sempre e un bagaglio di volti che sono il lato più bello e sincero che il passato ha traghettato nel presente. 

La mappa

Una mappa speciale della città e dei ricordi collegati, perché ogni pietra può essere più di quello che fisicamente è e raccontare tanto altro. Esattamente come le panchine di Piazza Torino, «il luogo del cuore della mia infanzia, un posto nato e cresciuto davvero con me - comincia Loira - non solo e non tanto perché a volere la sua realizzazione fu mio padre Franco, primo cittadino di Porto San Giorgio dal 1980 all’84, ma perché la vidi diventare il luogo di aggregazione che, per intere generazioni di sangiorgesi, è stata. Ho passato in quel fazzoletto di terra pomeriggi interi: con i miei amici, usavamo le sue panchine come porte di rocambolesche e scatenate partite di calcio. Per non parlare del fantastico campo da baseball in cui l’abbiamo trasformata, facendo rimbalzare da un lato all’altro palline di tennis che lanciavamo e respingevamo con mazze di legno costruite da noi stessi con tavole di legno trovate qua e là, smussate e lavorate fino a dargli la forma affusolata delle mazze da baseball che vedevamo nei film. Ma la nostra vena creativa e manuale non si esauriva certo qui - si ferma per un instante l’ex sindaco a specificare - con la stessa abilità di esperti manovali e novelli falegnami, con i miei amici di sempre costruimmo anche tanti pattini e diversi modelli di carrozzoni, con cui trasformavamo le rampe dei garage dei palazzi allora in costruzione in efficientissime piste da corsa.

La Porto San Giorgio di allora era una città in crescita, in forte e continua espansione, protagonista di un’evoluzione che in poco tempo le ha ridisegnato il volto e che io e i miei amici abbiamo fatto nostra, vivendo profondamente quello che ci circondava e filtrandolo attraverso la fantasia di bambini energici e creativi». 

Le strade

Se è vero che le strade che percorrono il mondo sono infinite è vero anche che, per ognuno di noi, a ogni strada corrisponde un ricordo indelebile che la accompagna, la segna, la contraddistingue. Ricordi di quelli che stringono il cuore e proiettano in ogni frase un sorriso, come quello che si allarga sul volto di Loira al rievocare quella sera lì, quella della «finale dei mondiali di Spagna ‘82 - comincia - una partita storica, una serata magica, un risultato come mai prima che aveva galvanizzato tutti, dai più piccoli ai più anziani. L’entusiasmo era palpabile, la gioia tangibile, l’euforia scorreva a fiumi tra la gente ed era praticamente impossibile per me e i miei amici, nonostante avessimo appena dodici anni e tra l’altro non da tutti compiuti, non partecipare alla gioia collettiva che riempì velocissimamente vie e piazze di tutt’Italia, Porto San Giorgio inclusa. Nella confusione e nell’impeto collettivo, mi infilai nella macchina della mamma di un mio amico con il tricolore che, per l’occasione sportiva, aveva cucito a mano mia nonna e, con loro, girai in macchina ore e ore per la città e dintorni, festeggiando quella straordinaria vittoria e quella Coppa del Mondo che ci rendeva tanto orgogliosi degli undici della Nazionale di calcio. Peccato che, a una certa ora della sera, più che orgogliosi dei ragazzi di Beazot i miei diventarono molto preoccupati per le sorti del loro figlio: non mi videro rientrare a casa e, non sapendo che fine avessi fatto né dove mi fossi cacciato, si preoccuparono non poco finché, rimesso piede a casa, arrivò la lavata di capo, che chiuse la giornata e rese ancora più indimenticabile, per altri versi, quella vittoria storica».

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