Stop agli acquisti delle scarpe fermane: la Russia adesso ripiega su Cina e India

Lunedì 4 Aprile 2022 di Massimiliano Viti
Stop agli acquisti delle scarpe fermane: la Russia adesso ripiega su Cina e India

FERMO  - Più passa il tempo e più la situazione delle numerose imprese calzaturiere fermane che esportavano in Russia peggiora. Soprattutto se dalle istituzioni non arrivano riposte, decisioni, provvedimenti di sostegno capaci di accendere una luce fioca nel cono d’ombra in cui sono piombati gli imprenditori il 24 febbraio scorso, giorno dell’invasione russa in Ucraina.

 

Dopo aver lanciato il loro grido di dolore “a reti unificate”, a 40 giorni dall’inizio della guerra, ai calzaturieri non è stata concessa neppure l’autorizzazione alla cassa integrazione a zero costi che sembrava il provvedimento più facile per mettere in sicurezza i posti di lavoro che cominciano a traballare. 


«Indifeso, inerme, solo, demoralizzato» sono gli aggettivi usati da Marino Fabiani, imprenditore che fin da subito ha rappresentato la disperazione delle imprese più esposte nei confronti del mercato russo. Lo stesso calzaturiere partirà oggi per Almaty, Kazakistan, per partecipare, insieme ad altri colleghi del distretto e ad altri imprenditori italiani del fashion, alla fiera collettiva “La moda italiana@Almaty” per cercare di racimolare ordini e magari incontrare qualche buyer russo.


«Continuiamo a sostenere spese e a investire perché ci crediamo ancora, nonostante con questa situazione ci sentiamo soli e abbandonati. Come pagare i dipendenti, i fornitori, le rate dei prestiti accesi durante il Covid se non abbiamo incassi?» si chiede Marino Fabiani. Secondo lo stesso Fabiani il transito delle merci tra Italia e Russia è tuttora regolare. Mentre per gli incassi che dovrebbero arrivare da Mosca, alcuni clienti russi più grandi e strutturati si sono organizzati per aggirare le sanzioni con il sistema cinese UnionPay ma la maggioranza dei buyer ancora non riesce a pagare nonostante il rublo sia tornato sotto quota cento nei confronti con l’euro. «I clienti chiedono anche il rimborso dell’acconto che hanno versato. Tra questi ci sono i buyer di Odessa e di altre città pesantemente bombardate: come fai a dirgli di no?».

Fabiani spiega che la quotazione ufficiale del rublo non è applicabile a Mosca, dove la moneta locale non può essere scambiata con un’altra se non pagando commissioni altissime e applicando un cambio assolutamente svantaggioso. Inoltre, al fine di contrastare la ridotta disponibilità di alcuni prodotti e il conseguente rincaro del prezzo, il Cremlino ha dato il via libera alle importazioni parallele. Ciò vuol dire che potranno circolare prodotti non autorizzati. In altre parole disco verde alla contraffazione e al mercato grigio. Gli imprenditori russi hanno chiesto anche di annullare l’etichettatura obbligatoria prevista per la circolazione di alcuni prodotti come pellicce e calzature. 
La chiusura
E i negozi locali stanno cercando di sostituire le scarpe dei marchi occidentali con quelli cinesi, indiani e brasiliani. «Gli istituti di credito ci chiedono quali prospettive abbiamo. Secondo lei quali sono?» chiede lo stesso imprenditore fermano. L’incertezza regna sovrana. L’unica cosa certa è che le nostre istituzioni non hanno dato alcuna risposta, nessun sostegno. I riflettori sul Fermano si sono spenti e più passa il tempo e più la difficoltà delle aziende cresce. «Ma chi pensa a noi?» è l’interrogativo che si pone Marino Fabiani secondo cui la prima cosa da fare sarebbe autorizzare la cassa integrazione a zero spese per le imprese e sospendere le scadenze delle rate dei mutui e prestiti accesi durante la pandemia.
Gli interventi strutturali
«Servono interventi strutturali. Agli imprenditori colpiti dalle sanzioni, il Governo deve consentir loro di andare avanti» sintetizza il direttore di Confindustria Fermo Giuseppe Tosi che avanza una proposta: «Alle aziende che vogliono diversificare i mercati erogherei prestiti a fondo perduto per lo stesso importo sostenuto dalle imprese». Tradotto: se un calzaturificio spende centomila euro per approcciare un nuovo mercato, lo Stato ne sborsa altri centomila euro. Ma se dopo 40 giorni non è arrivata nemmeno la cassa ingerazione, tutto il resto appare come pura utopia.

 

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