Dopo i rincari anche i controlli, esasperati gli chef del Fermano: «Basta, qui rischiamo di chiudere»

Lo chef Marco Biagiola
Lo chef Marco Biagiola
di Sonia Amaolo
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Venerdì 9 Settembre 2022, 04:15

FERMO - Albergatori e ristoratori allo stremo, bollette mensili passate da duemila a diecimila euro, tanti chiuderanno bottega entro l’anno, a lanciare l’allerta non sono quelli con l’acqua alla gola ma sono le strutture storiche, quelle che funzionano bene. E proprio questo dovrebbe far riflettere perché, se a sollevare il problema sono quelli che hanno le spalle larghe, c’è solo da immaginare quanti non ce la faranno a superare l’inverno.

 

L'andamento


Il fortissimo rincaro del prezzo dell’energia unito a quello delle materie prime e alla contrazione del potere d’acquisto delle famiglie rischia di essere il colpo di grazia per le grandi strutture ricettive e della ristorazione. Di ieri il nostro servizio sull’allarme lanciato da Piero De Santis de Il Gambero e i Settemari di Porto Sant’Elpidio che rischiano la chiusura per almeno sei mesi. «Non ci è rimasto più niente da dire – afferma a sua volta Gianni Lamponi del Timone e del Minonda di Porto San Giorgio –: siamo passati da una bolletta di 20mila euro a una di 65mila in uno schiocco di dita, di che vogliamo parlare? Difficile guardare al futuro in queste settimane, mi sorprendo che siano ancora pochi a farsi sentire e protestare».


La collina


Guido Tassotti dell’hotel Astoria di Fermo ci va pesante: «Siamo allo sfascio più completo, non c’è prospettiva, la situazione può solo peggiorare, soprattutto per il gas, perché d’inverno c’è bisogno del riscaldamento. In compenso, come se nulla fosse, siamo bersagliati dai controlli. Ormai per fare cassa c’è chi si attacca a tutto. C’è chi vive in un altro mondo, non sa cosa significa il lavoro, l’attività, e noi dobbiamo pagare avvocati e commercialisti pure per andare in bagno. Pagavamo già la corrente più cara del mondo, abbiamo costi fissi inauditi e non possiamo aumentare i prezzi con la nostra clientela». Tutti sono sotto la scure dei rincari. Finito il Coronavirus c’è una nuova pandemia che deve preoccupare tanto e forse più di quella in parte superata: è la pandemia economica. «Finché si lavora tiriamo avanti – riferisce Marco Biagiola del ristorante Villa Bianca di Montegranaro –: siamo passati da 9mila a 21mila euro in bolletta, così, tanto per dire. Per fortuna o per merito, lavoriamo tantissimo e questo mi fa stare sereno ma sto pure “incazzato” e se l’impennata dei costi diventa standard comincio a preoccuparmi. Per l’anno prossimo applichiamo un aumento del 10% ma per i contratti che abbiamo stilato l’anno scorso, per matrimoni di quest’anno, gli aumenti ce li accolliamo noi per intero. Per il 2023 abbiamo calcolato che, con gli stessi introiti dell’ultimo bilancio, per coprire le spese così come sono aumentate avremo 170mila euro in più in uscita. Applicando il 10% di aumento diciamo che rattoppiamo, ma è evidente che un’impresa non può vivere di rattoppi. Sarà per questo che tantissimi stanno cominciando a tirare giù le serrande».


I numeri


«Come si fa a non avere paura pensando ai prossimi mesi – rimarca infine Stefano Bagalini del ristorante Il Caminetto a Porto San Giorgio –: bisogna ridurre le spese e stare più attenti ma i dipendenti non possiamo toccarli perché si azzererebbe il servizio, oltre ai rapporti costruiti negli anni. La paura c’è perché non possiamo aumentare i costi del menù, così come è aumentata l’energia. Possiamo portare un primo piatto da 13 a 15 euro, un menù completo da 30 a 50 euro ma di più non possiamo fare, non siamo a Milano, nelle grandi città: i nostri clienti ce li dobbiamo salvaguardare, vanno coccolati». 

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