Fermo, il distretto del fashion si rimette in moto: da ieri al lavoro altre 7mila aziende. Ma non tutti riaprono

Martedì 5 Maggio 2020 di Masimiliano Viti
Fermo, il distretto del fashion si rimette in moto: da ieri al lavoro altre 7mila aziende

FERMO - Distanza, mascherine e guanti nemici della moda. Nella provincia di Fermo, ieri hanno riaperto quasi 7.000 imprese in più rispetto a venerdì, la maggior parte delle quali è inserita nella filiera del fashion, tra scarpe, cappelli e pelletteria, tra terzisti e indotto. Alcune imprese hanno scelto di non riaprire (per mancanza di produzione, di materiali e altro), altre non possono riaprire perché non in grado di rispettare il protocollo di sicurezza, in particolare la distanza minima tra operatori.

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Parliamo soprattutto dei terzisti che hanno la sede della loro attività nei sottoscala e nei garage e di un ristretto numero di imprese che, in mancanza di un futuro certo, hanno preferito non investire per adeguarsi intervenendo sulla struttura attraverso pareti divisorie, cartongessi ed altro. Il punto chiave è la distanza tra chi lavora in manovia. 
 
C’è chi come Vittorio Virgili ha investito, ampliando la distanza delle postazioni di lavoro nella manovia. Altre soluzioni per ottenere la distanza minima consentita sono la riduzione del personale oppure far indossare al dipendente tuta, copri calzature, occhiali e altri dispositivi di protezione. Le aziende che hanno deciso di riaprire, la maggior parte lo ha fatto col 30-40% della forza lavoro, spesso riattivando solo gli uffici e i reparti destinati alla preparazione della produzione. «L’imprenditore sta dimostrando grande senso di responsabilità. In alcuni casi è intervenuto cambiando gli orari di lavoro, con un turno unico, dimezzando così i viaggi casa-lavoro. Una modalità che potrebbe essere adottata anche alla fine dell’emergenza perché consente al lavoratore di avere più tempo libero oltre a ridurre lo smog» osserva Paolo Silenzi, imprenditore calzaturiero e presidente Cna Fermo, che conferma come alcune imprese non siano ripartite per mancanza di ordini o per l’impossibilità, a volte temporanea, di adeguarsi alle normative. «Un altro disagio evidenziato è quello dell’utilizzo dei guanti nei lavori di orlatura, o di controllo qualità del pellame, ad esempio» osserva lo stesso Silenzi che vede la possibilità di ridisegnare e migliorare la qualità degli orari di lavoro: «Alcuni provvedimenti che stiamo prendendo potrebbero essere validi anche per un futuro senza Covid-19».
C’è ottimismo
Per Valentino Fenni, presidente sezione calzature Confindustria Centro Adriatico: «Il fatto che da ieri non c’è più il ferreo divieto di uscire ha portato un po’ di ottimismo». Secondo Fenni l’imprenditore trascorre queste giornate a spiegare ai dipendenti le procedure di sicurezza, come l’utilizzo di bagni e spogliatoi ma, ammonisce: «Le spese per adeguarsi incidono sui costi così come la diminuzione della produttività aziendale causata dall’introduzione della normativa anti Covid».
Il cappello
Anche nel distretto del cappello, non tutte le aziende hanno riaperto ieri. «Le aziende si sono munite di rilevatori per la temperatura corporea, di pannelli separatori in plexiglass per mantenere la distanza, di gel igienizzanti e fornendo i dispositivi di protezione individuale, benché ci siano problemi per gli operatori e collaboratori all’utilizzo di guanti in lattice, nitrile o vinile per determinate lavorazioni» osserva Paolo Marzialetti, presidente nazionale settore cappello e vicepresidente Federazione Italiana TessiliVari, che prosegue: «Dobbiamo fare tutti molta attenzione ognuno per i nostri livelli di responsabilità. Anche fino a quando i contagi arriveranno a zero bisognerà continuare fino al momento in cui sarà messo a disposizione un vaccino, oppure una terapia efficace».

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