Jonathan, un fermano in Cina: «Covid? Qui si torna alla normalità, ma sono preoccupato per i miei in Italia»

Venerdì 30 Ottobre 2020 di Francesca Pasquali
Jonathan, un fermano in Cina: «Covid? Qui si torna alla normalità, ma sono preoccupato per i miei in Italia»

FERMO - Tiene d’occhio il telefono, Jonathan Marano. Le notizie che arrivano dall’Italia non lo fanno stare tranquillo. Il 35enne fermano, da anni in Cina per lavoro, a metà agosto è tornato a Shanghai, dopo il lockdown italiano.

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Marano, in Italia contagi e morti continuano a crescere e con loro i timori.
«Sono molto preoccupato. Mio padre fa l’insegnante e ha più di sessant’anni. L’impressione che si ha dall’esterno è che la situazione sia abbastanza fuori controllo. Per fortuna, i casi non sono sempre gravi. Ma il problema di questa epidemia è l’impatto che ha sul sistema sanitario».

 
Com’è, attualmente, la vita in Cina?
«Soprattutto a Shanghai, non ci sono più accortezze nella quotidianità. Le mascherine, ad oggi, sono obbligatorie in stazioni e aeroporti. Distanziamenti non ce ne sono più. La vita è tornata normale al 99 per cento».
Eppure, i contagi sembrano essersi fermati senza provocare altri problemi.
«C’è un’evidente differenza nelle misure di contenimento dei singoli casi. A Wuhan, a fine maggio, sono stati fatti tamponi a tutta la popolazione, che corrisponde a quella di tutto il nord Italia. Sono stati trovati trecento asintomatici, isolati all’interno di strutture centralizzate».
Com’è andato il rientro in Cina?
«Sono stato prelevato all’aeroporto con gli altri passeggeri del volo. Ci hanno interrogati, fatto il tampone e portati in un hotel, dove siamo rimasti per 14 giorni senza poter uscire, pena il prolungamento della quarantena. In tutto, abbiamo fatto tre tamponi e un esame del sangue, tutti negativi. Poi, ci hanno lasciati andare, invitandoci a lasciare la città entro 48 ore. Questo mi ha restituito una vita che, nei sette mesi trascorsi in Italia, avevo dimenticato».
I cinesi sono davvero così obbedienti come si dice?
«È una questione di legittimità e fiducia nelle istituzioni che, in Occidente, in questo momento, è in crisi. In Oriente, può capitare di non condividere le scelte dei governi, ma si seguono regole dettate dalla scienza, più che dalla politica. In Occidente, si tende a politicizzare tutto, anche la scienza».
C’entra la disciplina di questi Paesi?
«In Oriente c’è una cultura dell’obbedienza. A Hong Kong, nonostante le proteste, il 98 per cento della popolazione ha seguito le regole, in particolare sull’uso delle mascherine. Stesso discorso per Taiwan. Faccio questi esempi perché, per la Cina, da una prospettiva esterna, sarebbe troppo facile commentare. Ma c’entrano anche infrastrutture tecnologiche e relative abitudini».
Si spieghi meglio.
«In Cina, da anni, l’uso del contante è ormai residuale. Gli acquisiti su internet, con relativa consegna a domicilio, da tempo, sono prevalenti. L’esistenza di questi servizi, che in Italia sarebbero impossibili da applicare, ha reso più semplice l’adozione di misure restrittive alla mobilità».
Cosa pensa delle leggi varate dal governo italiano per contenere i contagi? Pensa che possano bastare?
«Ho l’impressione che, dall’inizio di questa epidemia, in Italia si tenda a inseguire gli eventi, invece di prevenirli. Qui in Cina, dopo un periodo di tre-quattro settimane in cui il virus è stato sottaciuto dalle autorità, in pochissimi giorni si è deciso di chiudere. Quando ho lasciato Shanghai, il mio distretto, che conta 2,5 milioni di persone, aveva solo due casi. Di lì a pochissimi giorni, è stato completamente messo in lockdown. Nel rapporto tra la gravità di quanto successo e la prontezza di reazione, la Cina non ha eguali al mondo».
Pensa che le chiusure italiane serviranno a evitare un secondo lockdown?
«È un argomento davvero troppo complesso. C’è da scegliere tra un disastro sanitario e, poi, economico e uno “solo” economico. Non vorrei essere nei panni del governo italiano».

 

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