Variabile impazzita/ Il fattore “cuore” e i paperoni del pallone

Giovedì 22 Aprile 2021 di Carlo Nordio

Nella storia contemporanea, come in quella meno recente, due istituzioni in particolare hanno consentito l’accesso ai vertici ai meno privilegiati: lo sport e la Chiesa cattolica. Questa opportunità è stata ovviamente concessa anche in altri settori: Napoleone diceva che ogni soldato aveva nello zaino il bastone di maresciallo; abbiamo avuto medici, scienziati, politici, imprenditori e persino intellettuali usciti da ambienti miseri e da situazioni disperate. Ma in fondo erano eccezioni. Nella Chiesa no: accanto a pontefici di famiglia nobile come Leone X, Giulio II ed Eugenio Pacelli abbiamo avuto dei santi usciti da famiglie poverissime, come Pio X, o di dignitosa rusticità come Giovanni XXIII. Nello sport è uguale. Le favelas di Rio, i ghetti di Harlem e persino gli sperduti villaggi del centro Africa hanno prodotto delle star diventate ricche e famose. L’agonismo è la forma più antica di pacifico e rapido avanzamento sociale: Lisia e Demostene, Catone e Giovenale si lamentavano che i discoboli, i pugili e i conducenti di bighe fossero più amati, e pagati, degli insegnanti. 

Lo stesso vale per lo spettacolo in genere: quando Federico il Grande contestò ad alcune teatranti di guadagnare più dei suoi ufficiali, una di loro rispose: «Allora, Sire, venga a far ballare i suoi generali!». Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole. Trascurando la maestà della storia ecclesiastica, e limitandoci alle attività ludiche, il calcio è ormai da tempo la più diffusa, e di conseguenza la più retribuita. Ogni Paese ha dei forti concorrenti, che però sono sempre diversi: nel Commonwealth il rugby e il cricket; negli Usa il football e il baseball; nei Paesi nordici l’hockey e lo sci, e via dicendo: ma il calcio è come un minimo comune denominatore. E infatti le squadre di tutto il mondo hanno realizzato per prime un’unificazione universale: ognuna di loro è una piccola società delle nazioni con giovani di etnia, cultura, estrazione sociale e religione diversa. Il calcio è interrazziale e apolitico. Il calcio è democratico.
Questa globalizzazione, non ha tuttavia diluito il senso di appartenenza dei tifosi. Al contrario, l’ha esaltata. Ancora oggi per molti di loro la squadra è una sorta di fede, la maglia è una bandiera, la conquista di una coppa un’affermazione di sovranità. Anche se ormai quasi nessuna compagine importante arruola giovani del suo vivaio cittadino o regionale, e la più parte è formata da stranieri, l’attaccamento identitario rimane, talvolta così esasperato da degenerare in manifestazioni violente. 

Per questo motivo il tentativo della costituzione della Superlega è miseramente fallito nello spazio di un mattino: perché questi sentimenti hanno prevalso sui colossali interessi finanziari sottostanti, e persino sul rischio di fallimento di alcune storiche società calcistiche. Parafrasando il filosofo, potremmo dire che il cuore dei tifosi ha delle ragioni che la ragione dei dirigenti non conosce. 

Eppure questi ultimi avrebbero dovuto saperlo, perché gli esempi che avevano davanti erano numerosi e della più varia natura. Gli ebrei di Gerusalemme si fecero massacrare pur di evitare che le immagini profane contaminassero il loro tempio; i primi cristiani preferirono il supplizio alla semplice formalità di un rito propiziatorio; soldati musulmani arruolati nell’esercito inglese rischiarono il plotone di esecuzione pur di non toccare il grasso di porco che lubrificava le cartucce. 

Si trattava, è vero, di fede religiosa, ma quella politica non fu da meno: migliaia di individui accettarono il licenziamento, l’esilio, la prigione e addirittura il patibolo, pur di non piegarsi alle imposizioni delle dittature. E lo stesso, sia pur in circostanze e con conseguenze assai meno drammatiche, avvenne in tanti altri settori, dall’arte fino alle competizioni agonistiche. Beethoven stracciò la dedica dell’Eroica quando seppe che Napoleone voleva farsi imperatore; Toscanini dovette emigrare per essersi rifiutato di dirigere l’inno fascista; Cassius Clay perdette il titolo per non arruolarsi; e alcune edizioni delle Olimpiadi andarono deserte perché organizzate da regimi di dubbia democrazia. 

Si tratta ovviamente di esempi assai meno commoventi del sacrificio dei martiri e dei patrioti, ma il principio è sempre lo stesso: vi sono circostanze in cui il senso di appartenenza - a una religione, a un’ideologia, a un territorio, a una famiglia e finalmente a un club di calcio - prevale sugli interessi immediati di altra natura. 

Il fallimento della Superlega ci offre così lo spunto per due considerazioni, una lieta e una amara. La prima è che un qualche principio di solidarietà ideale esiste ancora, e riesce addirittura a manifestarsi ed imporsi in forma spontanea e pacifica. La seconda, quella amara, è che questa convergenza si è manifestata in un settore, per quanto rilevante e sensibile, comunque marginale rispetto agli immensi problemi attuali. Fa un certo effetto vedere i nostri politici che, dopo essersi divisi e quasi sbranati sulla gestione della pandemia con centomila e passa morti, si trovano ora concordi nel ripudiare il colpaccio dei paperoni del pallone. 
E ancor di più lo fa la corale protesta dell’Europa, che sulla contrattazione e la distribuzione dei vaccini si è dimostrata di un’inefficienza vergognosa e di una divisione egoistica. Ma non si sa mai. Come la vittoria di Bartali al Tour de France riunì a suo tempo il Paese scosso dall’attentato a Togliatti, chissà che questa singolare e provvisoria convergenza non riavvicini i membri della Ue europei incarogniti da una gestione deludente della pandemia.
 

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