Un ruolo nuovo/ Il rilancio di Roma e le professionalità del settore pubblico

Giovedì 15 Aprile 2021 di Marco Simoni

La riforma dei concorsi per l’accesso alla pubblica amministrazione, di cui molto si sta discutendo in queste settimane, è da un certo punto di vista la madre di tutte le riforme di cui il nostro Paese ha bisogno, mentre il padre sarà la riforma delle carriere nella pubblica amministrazione stessa. Infatti, per troppi anni si è accettata una retorica che assegnava a questa o quella riforma settoriale effetti rivoluzionari dimenticando però che la migliore delle leggi cammina con le gambe dei funzionari pubblici che devono applicarla. E se non ritorniamo a dare al servizio pubblico la dignità che merita e la qualità necessaria, ogni provvedimento per quanto intelligente rimarrà monco, nella migliore delle ipotesi applicato a metà. 

Fuori dai tecnicismi mi sembrano tre le caratteristiche principali della riforma approvata dal governo. Il primo: una maggiore capacità delle diverse amministrazioni, dai ministeri agli enti pubblici, di cercare il personale di cui hanno bisogno. In altre parole: niente più concorsi-monstre aperti a chiunque, ma concorsi più specifici. Secondo, di conseguenza, una rinnovata importanza dei titoli di studio conseguiti e persino delle esperienze maturate che possono concorrere a identificare il candidato o la candidata migliore. Le esperienze non potranno contare nelle fasi di pre-selezione, ma è naturale – ancora prima che giusto – che siano valutate nella scelta finale. Naturalmente esisteranno posizioni aperte per persone più giovani e con meno esperienza, altre dove l’esperienza sarà più importante: dipenderà dalle necessità. Ho trovato importanti le aperture dei sindacati, che sembrano raccogliere la sfida, anziché incastrarsi su questioni astratte. 

Queste novità lasciano intendere che anche le carriere potranno avere forme diverse da quanto siamo abituati, con persone che possono entrare o uscire dalla pubblica amministrazione in diverse fasi della propria vita, come accade già in molti altri Paesi, con un arricchimento di profili e competenze reciproco tra il pubblico e il privato. 

I problemi che abbiamo drammaticamente vissuto dall’inizio della pandemia sono dipesi molto dalla fragilità della nostra pubblica amministrazione. Temi diversissimi tra loro, a pensarci bene. Si va dalla scuola – pensiamo alle lentezze e disuguaglianze sulla Dad e le complessità di gestione che hanno reso impossibile la scuola in presenza per troppi ragazzi – alle imprese – ricordate le discussioni tra attività essenziali e non essenziali perché non c’erano analisi pronte da usare?– . E ancora: le disparità nella somministrazione di vaccini. La lista potrebbe continuare a lungo e comprendere gli ingentissimi finanziamenti europei che per anni e anni non siamo riusciti a spendere; o l’assurdo tempo medio di realizzazione una opera pubblica in Italia sopra i 100 milioni: 15 anni. Tutte queste cose tra loro diversissime hanno in comune la responsabilità collettiva di avere disinvestito nel servizio pubblico, che ha significato un connubio deleterio di meno risorse e l’impossibilità di cambiare meccanismi consolidati che non funzionano più.

Gli effetti di ciò non si vedono solo in uno Stato poco funzionante, ma anche in un privato che rimane al palo. Come sa chi ha avuto la pazienza di leggermi in precedenza, sono convinto leggendo i numeri che la ripresa dell’Italia non può che passare da una rinascita economica della sua Capitale. Sapete perché, dicono gli investitori, nell’ultimo anno a Roma gli investimenti immobiliari sono stati meno di un terzo di quelli di Milano (900 milioni contro 3,5 miliardi) nonostante Roma sia molto più grande? Per le incertezze legate a una amministrazione che non funziona e non offre certezze. 

Naturalmente questi cambiamenti riguarderanno Roma in molti modi. Perché a Roma hanno sede le amministrazioni centrali dello Stato e molti enti pubblici, e dunque anche indirettamente un rilancio del settore può significare un rilancio della Capitale che sul servizio pubblico deve ritrovare uno dei suoi naturali compiti nazionali. Da più parti nelle discussioni sulle vocazioni su cui fondare il rilancio di Roma si è sollevato il tema della formazione dei funzionari pubblici, e soprattutto della importanza da assegnare alla loro formazione continua durante la carriera. 

Anche il settore pubblico può giovarsi di specifici quartieri-ecosistemi, come avviene nei settori tecnologici e industriali. Nella riflessione sugli interventi per Roma molti hanno sottolineato la sua funzione nazionale come fucina di funzionari pubblici qualificati e motivati. Sarebbe allora un servizio importante per il Paese, e per la città, pensare di promuovere un nuovo ecosistema, proprio a partire da una rinnovata e irrobustita scuola di alta (e costante) formazione per la pubblica amministrazione, organizzata con criteri moderni e flessibili, capace di dialogare col settore privato traendo giovamento dalle esperienze che, anche in questi tempi di pandemia, si stanno costruendo sui temi della formazione, e degli spazi diffusi da dedicarvi. 
 

Ultimo aggiornamento: 00:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA
Potrebbe interessarti anche