Lo Stato che cambia/ Quei poteri delle Regioni un ostacolo all’efficienza

Martedì 6 Aprile 2021 di Francesco Grillo

Non si può ristrutturare la forma di uno Stato usando la sola categoria della razionalità economica. Contano anche le abitudini e le identità. E, tuttavia, il messaggio ineludibile che arriva dalla pandemia è che le democrazie liberali sopravvivono alle emergenze che il ventunesimo secolo sta moltiplicando, solo se riescono a recuperare efficienza e velocità. E che un’inadeguata distribuzione di competenze tra Stato, Regioni ed Enti locali, ci sta ormai costando non soltanto punti di Pil persi, ma decine di migliaia di vite che il buon senso avrebbe salvato. Non è con la razionalità, ma con la ragione e con la flessibilità che dobbiamo cercare una riorganizzazione – a partire dalla sanità - che consenta all’Italia di adattarsi ad un contesto completamente nuovo.

Le Regioni furono introdotte dalla Costituzione del 1948 (e rese operative 24 anni dopo) per porre un argine definitivo alle derive centralistiche che accompagnarono il fascismo. Ma anche per tener conto della storia di un Paese che è fatta – ancora più che di Regioni – di signorie potenti (Firenze) e di città di grande impatto simbolico (Roma) attorno alle quali si aggregavano piccoli regni. Lo Stato unitario nasce con una visione federalistica che lo stesso Cavour condivideva e, tuttavia, sin dall’inizio le Regioni nascono con gravi contraddizioni. Ben diciannove delle 44 leggi costituzionali approvate in 72 anni riguardano modifiche dei loro poteri e solo negli ultimi vent’anni ci sono stati tre grandi referendum sugli articoli che ne definiscono le competenze. Oggi questo livello istituzionale sembra in fortissima crisi, non solo perché la pandemia ha reso evidente la sua inadeguatezza, ma sbagliato sembra anche il metodo – fatto di faticosissime revisioni costituzionali – seguito per modificare i livelli di federalismo in un Paese che non riesce a trovare una sua stabilità.

Oggi le Regioni si occupano quasi completamente della loro Sanità. Nel bilancio preventivo della Regione Lazio per il 2021, la “tutela della salute” vale 12 dei 15 miliardi di euro che costa complessivamente l’Ente. Se non ci fosse la Sanità, alle Regioni resterebbero le briciole e la stessa mobilità regionale, così come la gestione dei fondi strutturali potrebbe non bastare per giustificarne l’ingombrante sopravvivenza. Non c’è dubbio, però, che l’attuale allocazione della sanità ad un livello regionale sia non efficiente. Al di là degli orrori lombardi o calabri e ancora prima che il mondo fosse travolto dal diabolico virus che ci tiene in ostaggio da tredici mesi.
Nel mondo “nuovo e coraggioso” nel quale la pandemia ci sta scaraventando, ai servizi sanitari – certamente quelli di prevenzione e, progressivamente, quelli di cura – si accede a distanza e ciò modifica radicalmente il principio sulla base del quale i servizi sanitari nazionali furono costruiti nel Novecento. Non sarà più vero che a ciascun cittadino vanno garantiti tutti i livelli minimi di assistenza nel raggio di un certo numero di chilometri; dovranno, invece, essere alla portata di tutti le tecnologie con le quali servirsene. In questo contesto, gli ospedali si specializzeranno sempre di più e conteranno tanto i medici che garantiscono il contatto domiciliare ai singoli pazienti. In teoria dunque le Regioni sono troppo piccole (la Lombardia sarebbe potuta essere eccezione) per raggiungere le economie di scala che una sanità fortemente digitalizzata richiede; ma troppo grandi per poter stare accanto alle persone.

Non ha più senso razionale avere ventuno sistemi regionali per le finanze dello Stato (mentre ciò continua, ovviamente, ad essere conveniente per quei fornitori che hanno pascolato per decenni in praterie di inefficienza). E ancora meno si comprende la frammentazione di informazioni vitali in ventuno sistemi informativi che renderanno, peraltro, difficile immaginare di poter avere quell’unico certificato vaccinale che l’Europa già promette. Un economista suggerirebbe senz’altro di abolire la sanità regionale e distribuirne le competenze tra uno Stato centrale che investa in tecnologie (e ricerca) e Province che garantiscano il presidio casa per casa (e che troppo frettolosamente abolimmo, perché politicamente più deboli). Una applicazione immediata di tale ipotesi ha, però, due importanti controindicazioni: non è detto che il “centro” sia oggi attrezzato per raccogliere responsabilità così ingenti (per il sistema di monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza aggiornato dal Ministero nel luglio 2020, tutte le Regioni erano, del resto, adempienti); non tutte le Regioni si sono dimostrate incapaci di fronte alla pandemia ed è evidente che esistono capacità di prevenzione assai diverse (come dimostra il grafico che si concentra su un indicatore di prevenzione di fondamentale importanza).

Ed allora dovremmo forse rivedere anche il metodo stesso con il quale lo Stato cambia le sue forme. Rispetto ad una modernità così rapida dobbiamo riuscire a concepire Stati in grado di adattarsi alla mutazione tecnologica, rinunciando all’illusione di costituzioni fatte per durare per sempre. In un Paese come il Regno Unito (lo stesso che inventò la democrazia liberale cento anni prima della Rivoluzione Francese) tra il livello centrale e quello comunale ci sono province e regioni che sono in realtà progetti “a tempo” organizzati non per fornire identità ma per risolvere problemi e raggiungere specifici obiettivi. Potrebbe essere questo anche l’approccio a quella macroregione del Centro Italia di cui questo giornale ha ben compreso il senso strategico e che, del resto, aveva compreso lo stesso Cavour quando, due anni soli prima della nascita del nuovo Regno, ne immaginò l’assetto in un accordo segreto con i francesi.

Ridefinire la struttura dello Stato italiano ha una sua drammatica urgenza. Per non finire, però, nella palude delle polemiche infinite di una comunità che sta perdendo senso, bisogna ritrovare senso della storia, visione di futuro e un feroce orientamento verso la sperimentazione di forme nuove.
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