di Paolo Balduzzi
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Mercoledì 11 Agosto 2021, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 00:59

Dal giorno della sua approvazione, ormai alcune settimane fa, le polemiche sul Green pass non sono mancate: nel Paese, in parlamento e perfino tra i membri della stessa maggioranza. La “certificazione verde covid-19”, come è chiamata nel decreto-legge che la introduce nel nostro ordinamento, è già stata peraltro oggetto di un secondo decreto che ne ha esteso l’utilizzo a partire dal mese di settembre anche a scuole e mezzi di trasporto. 

I prossimi, c’è da scommetterci, saranno giorni tutt’altro che semplici, soprattutto dopo la decisione del Viminale di autorizzare anche i gestori dei locali al controllo dei certificati vaccinali. L’atmosfera è caldissima e le proteste nel recente passato sono state numerose. Non solo nei confronti della politica, rea secondo “no pass” e “no vax” di imporre (a loro dire) una “dittatura sanitaria”, ma anche, e a volte perfino più energicamente, contro quei ristoratori, la categoria più presa di mira, che si sono dichiarati pronti a fare osservare il decreto. 

Un fatto decisamente sconcertante: altro che la tanto agognata democrazia per cui queste persone dicono di essere scese in piazza! È proprio il suo opposto: una ristretta ma molto rumorosa minoranza, ci si augura violenta solo a parole, si permette di tenere in scacco sia la salute della maggioranza della popolazione sia la possibilità per ristoratori e loro dipendenti di osservare la legge.

Ma anche di evitare multe, svolgere il proprio lavoro in totale sicurezza e infine guadagnare un po’ di reddito dopo 18 mesi di grandi difficoltà.

Non ci sono grandi argomentazioni da utilizzare in questo caso: inutile usare la statistica, inutile usare il rigore scientifico. La posizione di chi protesta appare fin troppo ideologica e si può scalfire solo attraverso la legge. Utile quindi guardare a ciò che sta accadendo Oltralpe, dove il “Conseil constitutionnel” francese, l’equivalente della nostra Corte costituzionale, ha dichiarato ammissibile e costituzionale il Green pass voluto da Macron. 

La decisione francese avrà conseguenze anche in Italia? Dal punto di vista legale la risposta è ovviamente negativa: la costituzione francese non è quella italiana. Non solo: per quanto molto simili, il Green pass francese e quello italiano non sono identici. Tuttavia, è dal punto di vista politico che ci si possono attendere ripercussioni. Innanzitutto, rendendo più semplice e veloce la conversione in legge dei due decreti da parte del Parlamento. Inoltre, come ci siamo augurati su queste colonne alcune settimane fa, non vediamo l’ora che anche la nostra Corte si esprima sulla misura. Purtroppo, a differenza che in Francia, la Consulta non può esprimersi prima dell’entrata in vigore di una legge, meccanismo invece saggiamente previsto dall’ordinamento francese addirittura in maniera automatica per alcune tipologie di norme. Non solo: anche per tutte le altre leggi vige la possibilità che siano le istituzioni politiche a sollecitare l’intervento della Corte. Così è stato per la certificazione verde: non solo i gruppi di opposizione, contrari al Green pass, hanno chiamato in causa il Consiglio costituzionale, ma anche il primo ministro stesso che, al contrario, voleva consolidare la portata della sua decisione. 

In Italia le cose non sono così semplici: è solo un giudice che, nel corso di un processo e posto di fronte al dubbio di legittimità costituzionale, può decidere se sollevare la questione per via incidentale di fronte alla Consulta. La vicenda francese potrebbe quindi convincere il Governo italiano, ovviamente in maniera indiretta, a fare in modo di attivare in tempi brevi un processo, sperando nel ricorso incidentale del giudice. 

Un esito positivo avrebbe senz’altro l’effetto benefico di togliere parecchi argomenti legali agli oppositori del Green pass. Ciononostante, la decisione non appare del tutto scontata. Non tanto per il principio in sé: il Green pass è un mezzo che tutela la salute pubblica limitando alcune libertà private, ma senza imporre alcun trattamento sanitario obbligatorio. 

Ma il Green pass italiano appare debole nella parte che riguarda gli obblighi di controllo da parte delle attività che devono effettuare la verifica. Sono oneri molto elevati, così come le multe per i controllori appaiono sproporzionate rispetto a quelle previste per chi usa impropriamente o non possiede la certificazione verde. E ci sono anche questioni di privacy che non sono nient’affatto banali, che proprio ieri sono state risolte dal Garante, il quale ha dichiarato legittimi i controlli sull’identità personale di chi esibisce il certificato. 

È forte però la necessità di fare qualcosa per provare a garantire contemporaneamente salute pubblica e continuità di reddito ad attività economiche che finora hanno pagato tantissimo. La strada per uscire da questo incubo è ancora lunga e difficile. 

All’inizio dell’estate si osservava come, nonostante la presenza di vaccini, la situazione sanitaria non fosse molto diversa dall’anno scorso, quando i vaccini non c’erano. Con il passare delle settimane, l’impressione è che quest’anno sia addirittura peggio. Non è necessariamente una notizia negativa: rispetto all’anno scorso abbiamo forse imparato che troppa euforia estiva porta a grandi limitazioni autunnali. Il Green pass, nonostante i suoi limiti, sembra un buon compromesso per evitare chiusure anticipate, limitazioni orarie, didattica a distanza e altre restrizioni. 

Il Paese non si può permettere un nuovo lockdown: né economicamente né psicologicamente. Se lo spirito di squadra necessario a ottenere i risultati desiderati non è sufficiente, l’intervento dello Stato appare come l’unica strada possibile.
 

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